martedì 3 gennaio 2012

RUSSIA 2012: Alexei Navalny, il blogger xenofobo che unisce la piazza contro lo Vladmir Putin

Navalny, 35 anni, è diventato l’idolo della rivolta "Sono pronto alla sfida
ma solo con elezioni vere"

LUCIA SGUEGLIA

MOSCA

Mosca, fine dicembre, stipati in una stanzetta 200 volontari discutono gli ultimi dettagli della manifestazione sulla prospettiva Sakharov: sono i membri del Comitato Organizzativo «Per elezioni libere!» creato per gestire le proteste. Al tavolo siedono i «capi»: da un lato politici liberali, attivisti dei diritti umani, sinistra radicale, scrittori, artisti, un deputato. Dall’altro lo xenofobo Alexandr Belov, e Konstantin Krylov, ideologo dell’ultradestra russa. In mezzo, a far da moderatore, Alexei Navalny, il blogger-star appena uscito di prigione. «Qui siede il futuro governo del Paese» azzarda qualcuno. Si votano le richieste da rivolgere al potere. Cavilli e mozioni infinite, chiasso. «Stop! Non ci riusciremo mai, siamo troppo diversi», sentenzia Navalny. Applausi in fondo. «Non litighiamo, o faremo il gioco del potere - concede il blogger - concentriamoci su obiettivi raggiungibili: portare in piazza il numero maggiore di persone». E dopo? Si parla di fondare un comitato civico nazionale, i destrorsi vogliono che lo presieda Navalny: la galassia della nuova opposizione russa è in cerca di una strategia.
«Un inferno», commenta su Twitter il moderatore ai suoi 160 mila followers. Ma il candidato più accreditato a governarlo, oggi è proprio lui: il 22% dei manifestanti lo vorrebbe presidente. Gran comunicatore, carisma alle stelle dopo la galera: la notte del rilascio, alle 2,30 nella tempesta di neve, all’estrema periferia di Mosca (non lontano dalla sua abitazione, dove ha una pistola nel cassetto)ad aspettarlo erano decine di giornalisti e fan. Jeans, giacca blu, alto, biondo e belloccio, ormai aduso ai flash, ringrazia e per un’ora attacca Putin: «Non sarà un presidente legittimo». Dalla folla Belov gli allunga un mazzo di garofani bianchi, si abbracciano. Il lato oscuro dell’Assange russo: quelle simpatie nazionaliste che molti gli rimproverano, e lui non rinnega. A novembre era in prima fila alla Marcia Russa, tra neonazi e slogan anti Caucaso. Inorriditi i liberali. «I giovani sono radicali perché tenuti fuori dalla politica, bisogna educarli», giustifica lui lo sdoganamento, «e il problema dell’immigrazione illegale non si può ignorare». Poi monta sul predellino della sua Mitsubishi argento, la moglie Yulia è al volante: «Ci vediamo in piazza!» agita il braccio. Come Eltsin sul carroarmato durante il golpe del 1991, scriverà qualcuno il giorno dopo.
«Sono solo una zanzara le cui punture fanno male», fa il modesto lui. Ma sa che il merito di aver stanato i dissidenti nascosti sul web trasformandoli in attivisti, è soprattutto suo. Indaga e stana i corrotti con la sua associazione. Usa pochi concetti chiari e memorizzabili. Sabato 24 quando sale sul palco, il magma dei 100 mila «rivoluzionari bianchi» trattiene il fiato. Gonfia i polmoni, schiarisce la voce come una rockstar: «Non dimentichiamo, non perdoniamo! Tutti per uno - uno per tutti! Il potere siamo noi! Voterete per Putin?». «Noo», boato. Poi azzarda: «Siamo tanti, possiamo prendere il Cremlino. Ma non lo faremo, siamo pacifici», il tipico sorriso sarcastico. Il 5 dicembre, prima di farsi arrestare per aver rotto il cordone di polizia nella prima manifestazione anti brogli, grida: «Sì, sono un criceto della Rete (soprannome ironico degli internauti, ndr), e morderò alla gola quei bastardi!». Per l’analista Alexei Malashenko, Navalny potrebbe favorire Putin secondo la legge del «male minore», spaventando molti elettori.
Giovane, 35 anni, ancora inesperto, con forti tendenze giustizialiste, potrebbe però unire destra e sinistra contro la «casta». «Mi chiamano a qualsiasi ora per farmi domande sul destino della Russia, ma ho un ufficio da mandare avanti...». Qualche giorno fa, alla radio Eco di Mosca, fa finalmente outing: è pronto a sfidare Putin, e a fondare un partito «socialdemocratico, che combatta corruzione e immigrazione clandestina». Ma solo «quando ci saranno elezioni vere». Insiste a chiedere l’annullamento del voto alla Duma: «Putin dovrebbe lasciare, per evitare la guerra civile. Poi un governo di transizione, e nuove elezioni. Ma se va al ballottaggio, è già fantastico», ammettendo quindi che il sostegno allo zar resta reale. Promette a febbraio un milione di persone in piazza. Un governo Navalny? Il campione della lotta alla corruzione sarebbe di fronte a un dilemma: «Chi ha violato la legge deve sedersi sul banco degli imputati», ma nello stesso tempo Putin in caso di uscita volontaria potrebbe avere delle garanzie.

Via | la Stampa

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