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giovedì 13 giugno 2013

POLITICA & BUSINESS | «Berlusconi chiese la morte di Gheddafi», denuncia il Fatto Quotidiano

Berlusconi e Gheddafi insieme a Roma nel 2009 (Ansa)

Nella sua ultima conferenza stampa di fine anno da premier in carica, il 23 dicembre del 2010, Silvio Berlusconi non ebbe problemi a dichiararsi apertamente «amico» di Gheddafi, Mubarak e Ben Ali. Pochi mesi dopo sarebbero però esplose le diverse primavere arabe e l'Italia si sarebbe schierata al fianco della Nato nell'intervento militare in Libia. In quell'occasione, denuncia il Fatto Quotidiano nella sua prima pagina di oggi, il Cavaliere avrebbe avanzato ai servizi segreti italiani allora guidati da Gianni De Gennaro la richiesta di «far fuori» Gheddafi. Una rivelazione che il giornale di Padellaro e Travaglio attribuisce «una fonte diplomatica autorevole vicina agli ambienti della sicurezza». Ma che subito dagli ambienti del Pdl viene bollata come un'«infamia» non credibile. Gheddafi fu giustiziato sommariamente nell'ottobre 2011 dopo essere stato scovato nel nascondiglio nei pressi di Sirte dove si nascondeva. Non è la prima volta che si parla di un coinvolgimento dell'Occidente nella morte del Rais e in particolare era stata avanzata una pista francese secondo cui a sparare il colpo di grazia sarebbe stato proprio uno 007 di Parigi. Mai si era però parlato di un ruolo di Palazzo Chigi.

AMICIZIA IMBARAZZANTE - Ma perché Berlusconi avrebbe voluto la morte del suo «amico», di cui fu più volte ospite in Libia e che a sua volta ospitò in pompa magna a Roma concedendogli pure di insediare un vero e proprio accampamento con tenda berbera nel parco di Villa Pamphili? Secondo il quotidiano l'obiettivo del leader del pdl, in una fase in cui vacillava la sua autorevolezza sul piano internazionale, era sganciarsi in ogni modo netto dall'amicizia con il Colonnello. E il modo più drastico poteva essere appunto l'eliminazione del Rais. Per avvalorare la tesi vengono citate alcune inchieste giornalistiche - tra cui pezzi di Le Monde, del Giornale e del Corriere - che ipotizzavano un ruolo dell'intelligence dei Paesi della coalizione occidentale nella scelta di uccidere Gheddafi appena catturato, anziché consegnarlo alla giustizia internazionale e sottoporlo a processo. Si parla anche di un ruolo dell'allora presidente francese Nicolas Sarkozy, a sua volta definito come desideroso di recidere i legami con il leader libico.

LA SMENTITA DI BONAIUTI - «La pretesa ricostruzione del Fatto Quotidiano è totalmente falsa, incredibile, assurda, inaccettabile - tuona il portavoce di Berlusconi, Paolo Bonaiuti -. Ma come si può sostenere che il Presidente Berlusconi abbia soltanto pensato a un'infamia del genere?».

Via|CDS/13.06.13

domenica 2 giugno 2013

ANGELINO ALFANO | l’"Elezione diretta del capo dello Stato? Ce la faremo"– Silvio for President

Roma - L'elezione diretta del capo dello Stato? "Noi ci abbiamo provato l'anno scorso e purtroppo siamo riusciti solo al senato e non alla Camera. Adesso penso che potremo farcela perché anche da parte del Pd si stanno aprendo significativi spiragli". Lo ha detto il vicepremier e Ministro dell'Interno Angelino Alfano rispondendo ai giornalisti al termine della parata per la festa della Repubblica. "Questa - ha proseguito - sarà anche un'ottima scelta per aumentare l'affetto dei cittadini nei confronti delle istituzioni".
A chi gli chiedeva cosa ne pensasse dell'elezione diretta del capo dello Stato Alfano ha risposto: "Noi lo diciamo da tempo: siamo assolutamente d'accordo e nel 2012 abbiamo fatto una grande battaglia. La strada giusta - ha proseguito - e' quella secondo cui i cittadini devono poter eleggere il presidente della repubblica. Se viene eletto direttamente dal popolo i cittadini potranno partecipare ad una grande gara democratica come succede in Francia e in America". Alfano ha sottolineato che "gli italiani gia' guardano con favore a quelle gare democratiche, quando si sceglie il presidente degli Usa o della Francia. Perche' non consentirlo anche a loro?".
Zero tasse agli imprenditori che assumono disoccupati; via l'Imu e non aumento dell'Iva; semplificazioni per chi vuole investire: "Se queste azioni funzioneranno noi potremmo avere una bella speranza per la seconda meta' del 2013". Lo ha detto il vicepremier Angelino Alfano.
"Noi dobbiamo dare lavoro ai giovani - ha deto Alfano, parlando con i giornalisti al termine della parata per la festa della Republica e abbiamo una ricetta che puo' immediatamente offrire la possibilita' che questo lavoro si crei, e cioe' - ha spiegato - zero tasse per gli imprenditori che assumono giovani disoccupati. Chi assumera' questi ragazzi insomma non dovra' pagare quelle tasse che fin qui hanno rappresentato un disincentivo all'assunzione".
Inoltre, ha proseguito Alfano: "Attraverso le politiche fiscali di detassazione, come nel caso dell'eliminazione dell'Imu, o di non appesantimento fiscale, come il non aumento dell'Iva, si puo' ambire ad una ripresa dei consumi che e' capace a sua volta di generare nuova intrapresa". Infine, "terzo ambito su cui puntiamo molto - ha aggiunto il ministro dell'Interno - e' quello delle semplificazioni. Chi ha degli euro in tasca e vuole investire deve poterlo fare immediatamente senza incorrere nei lacci e nei lacciuoli della burocrazia". "la nostra previsione e' positiva", ha concluso il ministro: "Se queste azioni funzioneranno noi potremo avere una bela speranza per la seconda meta' del 2013".

domenica 12 maggio 2013

Una pagina sui quotidiani, i produttori di birra protestano contro l'aumento delle imposte

Industriali della birra sul sentiero di guerra: i produttori protestano contro un nuovo e possibile aumento delle accise sulla birra che renderebbe ancora più precario un quadro dei consumi difficile e in un settore dal quale ogni anno l'erario drena 4 miliardi tra Iva, tasse, accise, contributi sociali.

Gli industriali della birra hanno acquistato una pagina sui principali quotidiani italiani per pubblicare una lettera aperta rivolta alla politica. La lettera, che sarà pubblicata tra domenica 12 e lunedì 13 maggio, non vuole essere una lettera polemica, ma un invito al legislatore affinché faccia una valutazione attenta prima di introdurre possibili inasprimenti fiscali sulla birra. Negli ultimi anni nel settore – animato da multinazionali e società italiane - sono nati 445 micro-birrifici artigianali che hanno creato 4.700 nuovi posti di lavoro. Solo nel 2012 l'occupazione è cresciuta del 4,4%.

«Oggi sentiamo parlare di nuove tasse sulla birra - sottolinea AssoBirra nella lettera aperta. Sappiamo bene che non è facile trovare risorse per finanziare la crescita, ma crediamo che proprio per questo servano soluzioni nuove. Aumentare le accise è una scorciatoia del passato. Anche perché le tasse hanno una conseguenza importante, soprattutto in un momento come questo, sulla vita di tutti gli italiani e non solo sui 35 milioni di connazionali che bevono birra». La politica le chiama con nomi diversi (Iva, accise, Imu, Irap ecc.), ma chi le paga continua a chiamarle tasse.

«Senza alzare i toni – spiega la lettera - abbiamo un invito da rivolgere alla politica. La birra è già discriminata rispetto a tutte le altre bevande non gravate da accisa. In Italia le tasse sulla birra, tra accise e Iva, sono oggi tra le più alte d'Europa: 30 centesimi al litro, cui si aggiunge la doppia tassazione del 21% di Iva. Già oggi un sorso su tre di birra va al fisco. La birra italiana, senza alcun sostegno finanziario da parte dello Stato, contribuisce in termini di entrate per l'erario con una somma complessiva superiore ai 4 miliardi di euro annui solo ritorno derivante delle accise nel 2012 corrisponde a 484 milioni di euro». Nel 2012 la produzione si è attestata a 13,57 milioni di ettolitri (+1,2%) di cui 2 milioni all'export.

«Operiamo in un mercato dove, solo negli ultimi sette anni, c'è stato un aumento della pressione fiscale del 30% - sottolinea Alberto Frausin, presidente di Assobirra -. Il prezzo medio di fabbrica di un un litro di birra lager era pari a 1,1 euro (valore attualizzato al 2012), oggi il costo è salito a 1,40 euro. Tenuto conto della nuova Iva al 21% e delle accise che già gravano sulla birra, l'Italia si attesta tra i Paesi produttori con la pressione fiscale più alta in Europa».

Governo Letta fa spogliatoio: Costo? 200 € a ministro. Una necessità organizzativa

Roma - Appuntamento a Palazzo Chigi, poi via, tutti a bordo del pullman, direzione Abbazia di Spineto, in Toscana, per la due giorni informale voluta dal premier Enrico Letta per "fare spogliatoio", conoscersi, rinsaldare lo spirito di squadra e preparare insieme le prossime sfide del Governo. Cronaca di un pomeriggio di sole a Roma che ha visto i ministri riunirsi (quasi) al gran completo per affrontare l'inconsueta trasferta.

Avvistati Lupi, Quagliariello, D'Alia insieme a Bonino, Kyenge e Cancellieri, oltre al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Filippo Patroni Griffi e Giovannini, notato per il suo abbigliamento casual, in maglione, già in sintonia con l'atmosfera seria ma informale che caratterizzerà la trasferta, che si concluderà lunedì all'ora di pranzo. Letta, probabilmente per motivi di sicurezza, è invece partito in macchina. Altri ministri, come ad esempio il vicepremier Angelino Alfano, raggiungeranno Spineto da soli.

A Spineto non ci sarà nessun Consiglio dei ministri per il varo degli attesi provvedimenti economici su Imu e cassa integrazione, che dovrebbero arrivare a metà settimana: in agenda, c'è piuttosto il confronto su iniziative a più lungo respiro, come quelle sulle riforme istituzionali e la strategia dei prossimi mesi sulla riforma della politica, della Costituzione, sulla legge elettorale, la fine del finanziamento pubblico ai partiti, il Senato delle autonomie.

Dall'inviato del Sole 24Ore a Spineto
Partiti puntuali da Roma, Enrico Letta e i suoi ministri a momenti imboccheranno la strada bianca che li condurrà al ritiro nell'Abbazia di Spineto, a pochi chilometri dal borgo medievale di Sarteano. Il clima non è dei migliori. I nuvoloni che accoglieranno l'esecutivo ben si adattano all'aria tesa che ha preceduto il loro arrivo. Letta aveva pensato questo ritiro non solo per consentire un confronto ampio e prolungato tra i suoi ministri, ma anche per rendere plasticamente l'idea di una "squadra" che si isolava da tutto e da tutti, per concentrarsi solo sul risultato finale del bene del Paese. E invece...invece ieri l'arrivo di Angelino Alfano, ancor più di quello di Maurizio Lupi, di Gaetano Quagliariello, nella piazza di Brescia dove Silvio Berlusconi ha lanciato l'ennesimo j'accuse contro la "magistratura politicizzata" ha compromesso in modo pesante quel tentativo di "fare spogliatoio" annunciato dal premier. Un risultato paradossale perchè in realtà Letta ed Alfano sono segnati da un identico destino. La scommessa del loro futuro politico si gioca sulla capacità del governo di lasciare un segno positivo.

Un obiettivo difficile di per sé ma reso ancor più arduo dalle resistenze, dal fuoco amico sparato dai loro rispettivi partiti. Al di là delle dichiarazioni ufficiali di leltà al governo, pronunciate rispetutamente da Berlusconi e dal gruppo dirigente democratico, sia il Pdl che il Pd soffrono le larghe intese e chi le rappresenta. È in questa chiave che va interpretata anche la presenza a Brescia del vicepremier e ministro dell'Interno. Alfano aveva ed ha l'esigenza di mantenere un filo riconoscibile con il suo partito e con Berlusconi, che non pochi nel Pdl vogliono recidere, ad esempio mettendo in discussione il suo ruolo di segretario politico.

Il primo ad arrivare
E' stato il ministro dei Beni culturali Massimo Bray il primo ad arrivare all'abbazia di Spineto (Siena) per la riunione del governo. il ministro è arrivato sulla sua auto, e ai giornalisti che gli domandavano cosa si aspettasse da questo incontro toscano tra tutti i membri dell'esecutivo, ha risposto: "Lavoreremo bene". Quindi, Bray si è diretto verso l'abbazia per la sistemazione. Gli altri membri dell'esecutivo sono attesi a breve.

Su Brescia
«Mi aspetto una bella discussione nel governo». Così il ministro dell'Istruzione, Maria Chiara Carrozza, giungendo al vertice informale di governo, ha risposto ai giornalisti che le chiedevano un parere sulla manifestazione di ieri a Brescia.

Gli altri ministri
«Il governo deve lavorare e tenersi fuori il più possibile da queste polemiche». Così Carlo Trigilia, ministro della Coesione territoriale, risponde ai giornalisti che gli chiedono un commento alle polemiche sulla manifestazione di ieri a Brescia.
Dal vertice informale di Governo Trigilia si aspetta di «conoscere meglio i colleghi e imparare a coordinarsi. Abbiamo compiti difficili e servono interventi rapidi per dare risposte al Paese». Andrea Orlando, ministro dell'Agricoltura, ha affermato che dal vertice si aspetta che ci sia un'approfondita discussione sull'agenda di Governo, mentre il ministro Bray ha affermato che si attende di lavorare approfonditamente in questa due giorni.

Il costo
"Mi hanno detto che pagheremo 200 euro". Cosi'Trigilia, ha risposto ai giornalisti che gli chiedevano quanto avrebbe pagato ogni ministro per il soggiorno all'abbazia di Spineto, dove sta per iniziare la riunione del governo.

ilSole24

lunedì 15 aprile 2013

Ecco le proposte dei dieci saggi (Per salvare l’Italia 2013)

    La presentazione della relazione dei dieci saggi a Giorgio Napolitano, il 12 aprile al Quirinale. (Presidenza della repubblica/Reuters/Contrasto)

    Il 12 aprile le due commissioni di saggi nominate dal presidente della repubblica Giorgio Napolitano hanno presentato le loro proposte per un’agenda di lavoro per il futuro governo.

    In sintesi ecco le loro proposte:

    Riforme istituzionali

  • Riforma elettorale. Il nuovo sistema potrebbe prevedere un sistema misto, in parte proporzionale e in parte maggioritario, lo sbarramento e un premio di maggioranza.
  • Riforma delle camere. Riduzione dei senatori a 120 e dei deputati a 480. La struttura bicamerale del parlamento viene superata, solo la camera dei deputati ha potere legislativo, il senato diventa un organo consultivo che rappresenta le regioni.
  • Finanziamento ai partiti. I fondi pubblici ai partiti e all’attività politica sono ritenuti un elemento indispensabile alla democrazia. Si prevede un tetto massimo per i finanziamenti privati e sgravi fiscali per i donatori privati.
  • Conflitto d’interesse. È necessaria una legge che preveda, come all’estero, la cessione della proprietà per chi ha incarichi pubblici.
  • Riforma della costituzione. Dovrebbe essere istituita una commissione per la riforma della costituzione, formata dai gruppi parlamentari e da un gruppo di esperti. Le riforme costituzionali dovrebbero essere approvate dal parlamento e da un referendum.
  • Istituzione di un albo dei gruppi di interesse. Si prevede di istituire un registro dei gruppi d’interesse per garantire trasparenza.
  • Ineleggibilità. Bisognerebbe modificare l’articolo 66 della costituzione in modo da nominare “un giudice indipendente e imparziale” per decidere dell’incompatibilità dell’elezione di un parlamentare e la sua ineleggibilità. Ora è il parlamento a decidere.
  • Intercettazioni. Si devono stabilire dei limiti all’uso delle intercettazioni e alla loro divulgazione.
  • Semplificazione del processo civile. Si deve incentivare l’uso dei sistemi alternativi di risoluzione delle controversie, come la mediazione civile, con incentivi per le parti.
  • Magistratura. Ai magistrati dev’essere vietato candidarsi e tornare a esercitare la loro funzione dopo la carriera politica nei luoghi dove si è svolto il proprio lavoro.
  • Stato e regioni. Va risolto il conflitto tra stato e regioni in materia di trasporti e aeroporti.
  • Grandi opere. Nella decisione di realizzare grandi opere e di lavori infrastrutturali che hanno ricadute sull’ambiente va tenuto conto del parere diretto dei cittadini.

    Il testo completo redatto dal gruppo di lavoro in materia economica composto da Filippo Bubbico, Giancarlo Giorgetti, Enrico Giovannini, Enzo Moavero Milanesi, Giovanni Pitruzzella e Salvatore Rossi.

    ***

    Riforme economiche

  • Fisco. Rendere operative le riforme in materia fiscale già proposte dal governo Monti che prevedono la riforma del catasto, la semplificazione delle procedure fiscali e la penalizzazione dell’abuso di diritto.
  • Evasione fiscale. Combattere l’evasione fiscale attraverso maggiori controlli e studi di settore. Incentivare le imprese medie e grandi a sottoporsi volontariamente ai controlli in cambio di agevolazioni.
  • Debiti della pubblica amministrazione. Il debito della pubblica amministrazione con le imprese deve essere saldato entro il 2015.
  • Fondo di garanzia . I saggi propongono “un aumento della dotazione del fondo di garanzia di due miliardi di euro, che potrebbe consentire maggiori finanziamenti alle piccole e medie imprese per oltre 30 miliardi, senza incidere significativamente sui conti pubblici nel biennio 2013-2014″.
  • Lavoro. Affrontare l’emergenza degli esodati, trovare risorse per la cassa integrazione e modificare la legge Fornero sul lavoro che limita l’uso di contratti a progetto. Istituire il credito d’imposta per i lavoratori che hanno una retribuzione minima.
  • Sindacati. “Si potrebbe rivedere l’articolo 19 dello statuto dei lavoratori per arrivare a un modello unico di rappresentanza sul luogo di lavoro, nell’ottica di consentire a tutte le organizzazioni sindacali effettivamente rappresentative di non essere escluse dal godimento dei diritti sindacali e al datore di lavoro di poter contare su interlocutori certi e realmente rappresentativi”.
  • Expo 2015. Istituire un comitato interministeriale per l’Expo 2015 per le decisioni più importanti e il coordinamento tra le varie istituzioni coinvolte.
  • Riforma dell’Isee. Aggiornare l’Indicatore della situazione economica equivalente (Isee).
  • Scuola. Fondi e borse di studio per combattere l’abbandono scolastico e favorire il merito.
  • Spesa pubblica. Proseguire e rafforzare la spending review. Favorire l’efficienza nella pubblica amministrazione, ridurre gli sprechi.

    Il testo completo redatto dal gruppo di lavoro in materia istituzionale composto da Mario Mauro, Valerio Onida, Gaetano Quagliariello, Luciano Violante.

giovedì 4 aprile 2013

Primarie del centrosinistra per il sindaco di Roma: segui il confronto fra i candidati in diretta tv

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Primarie del centrosinistra per il sindaco di Roma: segui il confronto fra i candidati in diretta tv.
http://bit.ly/ZBq3K3

mercoledì 26 dicembre 2012

Capire l’Agenda Monti; Pietro Ichino parla e sfotte il prof. (Nulla di nuovo …)

Se l’Agenda Monti è di Pietro Ichino (Nulla i nuovo …)

Nulla di nuovo sotto sole: che un leader o premier abbia al fianco ghost-writer (o volgarmente detti "negri") estensori di programmi-discorsi-battute, è nella logica della politica. Nessuno alza il sopracciglio se Bersani ha uno staff economico guidato da Stefano Fassina, se Berlusconi si avvale di Brunetta o di Valentino Valentini, se Montezemolo ha a disposizione l'economista Nicola Rossi o il politologo Andrea Romano. Da Cameron a Obama, stessa solfa.
Bizzarro (eufemismo) è invece un premier come Monti che, dall'alto della sua supponenza professorale, ce la mena per mesi con ‘sta "Agenda Monti" che dovrebbe salvarci dalle fiamme dell'euro-apocalisse e poi un sito disgraziato come Dagospia tira fuori che il programma sociale-economico è farina di un altro prof, fino a ieri senatore in quota Renzi del Partito Democratico, il giuslavorista Pietro Ichino.
Un politico può arruolare un tecnico, ma un tecnico che chiama un altro tecnico per fare il lavoro a posto suo? Certo, siamo uomini di mondo, nessuno scandalo. Però va detto. Per rispetto almeno di chi andrà a votare un partito che farà capo della fatidica Agenda Monti. Non lo deve scoprire uno smanettatore della Rete.
Se Ichino ha ammesso (vedi intervista qui Intervista con Pietro Ichino), Goldman Monti non ha aperto quella sua bocca che pare una fessura di un bancomat. Certo, nella sua amata Germania lo scorso anno, il ministro zu Guttenberg fu sollevato dalla Merkel per aver copiato di sana pianta una parte della sua tesi di dottorato. Chiedere questo è troppo nel nostro paese , però una dichiarazione in merito alla "sua" Agenda era d'uopo.
Ma cosa aspettarsi da uno come Sudario Monti che pratica da sempre quel saggio insegnamento che dice: la prima regola per avere importanza è darsela. Se poi si aggiunge che Supermario, pur essendo nativo di Varese, ha i sani caratteri del torinese, falso e cortese, si comprende come sia riuscito, pur senza grandi titoli scientifici (alla Bocconi esercitava il ruolo di rettore, cioè una mansione amministrativa), a infinocchiare prima l'Europa e poi il nostro Paese.
Ecco: la sua inclinazione amministrativa più che di studioso potrebbe essere l'origine dell'apporto di un prof come Ichino. Peccato che questa Agenda, agli occhi di altri politologi, una volta letta in profondità, sia una grossa delusione: "un programma elementare", così ci ha liquidato un celebre e severo editorialista italico rimasto "esterrefatto" davanti all'Ichino-gate di Dagospia. Aggiungendo velenoso: "Sa, dopo Berlusconi, a palazzo Chigi anche la mia cuoca avrebbe fatto una brillante figura".

Via | Dagospia

mercoledì 14 novembre 2012

Brasil 2012: Stato brasiliano toglie dalle banconota ogni riferimento a Dio

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“Deus seja louva” – Dio sia lodato.

I brasiliani, si sa, sono molto devoti. E anche i loro soldi lo testimoniano. In ogni banconota da 2 a 100 reais compare l’esortazione “Deus seja lovado”, Dio sia lodato. Ancora per poco però, visto che lo Stato brasiliano, laico, non può privilegiare alcuna religione.

La misura non implicherà spese per le casse dello Stato, assicura la Procura per i diritti del cittadino di San Paolo che l’ha richiesta e ottenuta, e sarà applicata con l’entrata in circolazione di nuove banconote, prevista nell’arco di quattro mesi.

Nel corso del complesso iter processuale, la Banca centrale brasiliana ha ricordato che la frase stampata sui reais cartacei è stata giustificata dalla Costituzione del 1988: il preambolo della Carta afferma che questa è stata promulgata “sob a proteção de Deus”, con la protezione di Dio. Eppure l’esortazione appariva già sui cruzados del 1986, voluta dall’allora presidente José Sarney, e si mantenne nelle altre monete succedutesi in breve tempo trascinate dall’inflazione, i cruzados nuevos, i cruzeiros, i cruzeros reais e i reais (in circolazione dal 1694 al 1942 e tornata ad essere valuta nazionale dal 1994). Anche Fernando Henrique Cardoso (1995-2003) decise di mantenere la frase sulle banconote ritenendola una “tradizione”, nonostante quando si insediò alla presidenza quella “tradizione” datava appena pochi anni.

Adesso invece si cambia: il procuratore per i diritti del cittadino Jefferson Aparecido Dias è chiaro nel dire che “nessuna legge autorizza l’inclusione di espressioni religiose sul denaro” e lo Stato deve garantire la libertà religiosa di tutti i brasiliani, sebbene l’ampia maggioranza si professi cristiana. Insomma, bisogna rispettare anche le minoranze. E il Brasile, avanti anche in questo, presto lo farà!!!

Sito della Banca Centrale Brasiliana - http://www.bcb.gov.br/

lunedì 18 giugno 2012

Solidarietà a Marinella Correggia, giornalista, scrittrice e attivista dei diritti umani

LETTERA DI DENUNCIA DEL DANNO MORALE E MATERIALE INFLITTOMI PUBBLICAMENTE DA ALCUNE PERSONE PER IL MIO IMPEGNO CONTRO LA GUERRA IN SIRIA CON LA RICHIESTA CHE RITIRINO PUBBLICAMENTE LE ACCUSE
di Marinella Correggia (Torri in Sabina, Rieti)

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Mi ritengo gravemente danneggiata sul piano umano e materiale da reiterati “articoli” o interventi su facebook e su blog (un parziale elenco si trova più oltre) contro il mio impegno assolutamente gratuito e a mie spese benché quasi a tempo pieno, un impegno contro le guerre e i loro devastanti effetti, impegno iniziato nel 1990-91, e ultimamente volto a scongiurare la  guerra Nato in Libia prima e in Siria ora, grazie a una intossicazione mediatica senza pari, alla quale gli autori delle ingiurie nei miei confronti collaborano (nel loro piccolo) e che io da molto tempo cerco di contrastare (nel mio piccolissimo).

Ecco alcuni degli articoli e interventi ai quali mi riferisco (ringrazio chi me li ha segnalati poiché non sono su facebook e la mia navigazione internet non si riferisce a siti di opinione). La libertà di giudizio non deve però arrivare a una disinformazione infamante.  Invito le persone e i siti o blog o gruppi facebook nominati a ritirare al più presto le accuse e a scusarsi:

-   Scritto apparso sul sito Vicino Oriente a firma Monti Germano che mi accusa di essere al servizio del regime di Assad e mi affianca a gruppi di estrema destra (accuse  entrambe ridicole per chiunque mi conosca; ma non è il caso dell’autore). L’articolo è stato ripreso dal sito di Amedeo Ricucci.

-         -  L’intervento della signora Aya Homsi  nel gruppo facebook “Vogliamo una Siria libera” che fiancheggia il CNs (Consiglio nazionale siriano) e l’Esercito sirano libero; la signora  afferma che se io scrivo quel che scrivo è perché “ne traggo un profitto”.

- – Le accuse di essere  “embedded” rivoltemi pubblicamente dal signor Enrico De Angelis che lavora al Cairo per un centro di ricerca francese.

1. Gli attacchi ingiuriosi si riferiscono alla ricerca e divulgazione che compio e che in parte viene pubblicata sul sito dedicato www.sibialiria.org. Come chiunque può vedere il sito non dice nemmeno una parola a favore del governo siriano. Ma analizza in tanti episodi i cortocircuiti della disinformazione attuata sin dai massimi livelli (settori dell’Onu che attingono a fonti di parte), la quale sta portando Occidente e petromonarchie a un altro intervento con pretesti “umanitari”, reso possibile dalla creazione del consenso che manipola una realtà di scontri settari con interferenze esterne pesanti fomentati e la fa diventare “un intero popolo massacrato da un dittatore”. Riporto anche testimonianze dirette con nomi e cognomi di vittime alle quali nessuno presta attenzione. Il mio attivismo consiste non tanto nello scrivere articoli (questo non prenderebbe tanto tempo) quanto soprattutto nel networking nazionale e internazionale (rispetto a militanti, siti, gruppi politici, media alternativi) al quale dedico molte ore al giorno; per non dire delle numerose manifestazioni, sit in eccetera nei quali mi attivo da oltre un anno. Ma questo è sconosciuto a chi mi attacca.

2. E’ un grande dolore essere accusati – per la prima volta da quando ho iniziato l’attivismo pacifista nel 1991 -  di “pacifismo nero” da parte di persone (vedi oltre) che sostenevano indirettamente i cosiddetti “ribelli” libici, le cui gesta razziste, violente, repressive dei diritti umani, e che ora sostengono il Consiglio nazionale siriano (Cns), il quale è finanziato da stati come Qatar e Arabia Saudita, oltre alle potenze occidentali (“dimmi chi ti finanzia e ti dirò chi sei”) e per questo invece di muoversi su una vera strada negoziale chiede ufficialmente interventi armati esterni da parte dei suoi alleati stati capitalisti e sostiene il cosiddetto Esercito siriano libero, delle cui gesta riferiscono ormai gli stessi media mainstream. E’ sorprendente che al tempo stesso i suoi “attivisti” siano presi come fonte di notizie…

3. E’ vergognoso  che mi si accusi sul gruppo facebook “Vogliamo una Siria libera” di trarre profitto dai miei scritti. E’ l’esatto contrario, come sa chiunque mi conosca. E’ infatti notevole e ormai quasi insostenibile il danno materiale che traggo dall’impegno per la pace, a causa di (1) mancati introiti dalle mie attività lavorative, pressoché abbandonate da un anno per mancanza di tempo dovendo/volendo dedicarmi solo a questo impegno antiguerra, 2) spese di viaggi in loco (Libia e Siria), e di telefono. A questo si aggiungerà ora 3) il pregiudizio a mie attività future nel campo dell’ecologia di giustizia, a causa di questa diffamazione nei miei confronti.  Di pagato in relazione alla Siria ho scritto solo un reportage con foto, per un totale di circa 300 euro. Il resto è stato gratuito e, ripeto, con spese a mio carico. E con una perdita di tempo che mi rallenta diversi progetti anche editoriali. La mia ostinazione è giustificata solo dal non voler vedere più il mio paese partire a bombardare altrui popoli (con effetti che ho verificato in loco più volte) con pretesti umanitari veicolati da menzogne assordanti.  Mi muove il desiderio che quella alla Libia sia stata L’ultima delle (nostre) guerre di bombardamenti e massacri. Ma grazie a tanta gente non sarà così.

4. Per me questo è il naturale seguito di un impegno contro le guerre occidentali iniziato nel 1991 e sempre gratuito e autofinanziato (dalle mie attività di autrice di libri e articoli in materia di ecologia, rapporti Nord-Sud, rispetto dei viventi). L’indignazione per il ruolo bellico del paese nel quale purtroppo vivo mi ha portata a essere presente sia in Iraq che in Jugoslavia che in Libia durante i bombardamenti  e non certo come inviata di guerra (!) ma come militante. Dal 1991 (prima guerra del Golfo) la propaganda mediatica e la disinformazione creano consenso a interventi bellici. Ora, accertare la verità è cosa difficile, ma cogliere le menzogne e la disinformazione lo è meno. Prende solo molto tempo

5. Con l’occasione denuncio l’opera di demonizzazione contro chiunque esca dal coro assordante e faccia notare esempi lapalissiani di propaganda pro-bellica a tutti i livelli. E’ additato e oltraggiato anche l’impegno di diversi attivisti della Rete NoWar di cui faccio parte.

martedì 29 maggio 2012

Quando lo Stato fa paura. Intervista esclusiva a Ida Magli, antropologa e saggista italiana

Quando un uomo indebitato vede il suicidio come unica soluzione, significa che è stato spinto verso tale gesto. Rimasto solo e indifeso contro poteri troppo forti, e soprattutto difesi da chi dovrebbe in realtà proteggere lui, preferisce togliere il disturbo. Minimalismo, nichilismo, depressione, ecco l’Italia che vogliono in Europa, ecco l’Italia del Governo Monti.
Ne parliamo con Ida Magli, antropologa e saggista italiana. Ha insegnato Psicologia sociale e Antropologia culturale alla Sapienza. Vincitrice del Premio Brancati per la letteratura con il libro “Gesù di Nazareth”. Ha applicato in tutto il suo lavoro il metodo antropologico, invece che alle culture etnologiche e primitive, alla cultura occidentale pubblicando i risultati delle sue ricerche in numerosi saggi dedicati soprattutto al cristianesimo, alla condizione delle donne, agli strumenti di comunicazione di massa. Scrive come opinionista su vari quotidiani, tra i quali Il Giornale. Presidente associazione politica e culturale Italiani Liberi. Antieuropeista, nel 1997 con il suo saggio “Contro l’Europa” (Bompiani) ha previsto ciò che sta accadendo oggi in Europa, in Italia.
Lo Stato ormai fa paura. Un ricco tiranno rinchiuso nel castello, distante anni luce dalla realtà. E fuori, gli italiani a morir di fame. Il benessere degli italiani è al primo posto tra le priorità di questo Governo? Siamo ancora noi lo Stato?
“No, sicuramente noi non siamo lo Stato. La situazione politica attuale, nella quale i parlamentari hanno tradito i loro elettori passando a persone non elette il compito di governare, lo testimonia in maniera plateale. Non esiste nessuna motivazione che possa rendere valida la rinuncia alla democrazia in un paese che pretenda di essere “civile”. Purtroppo però il tradimento dei parlamentari, che sono rimasti in carica invece di dimettersi, ha reso anche impossibile ai cittadini di cambiare questo stato di cose in maniera “legittima” ossia senza ricorrere alla ribellione.”
Il risanamento del debito pubblico. Eseguire gli ordini della BCE, sono una valida giustificazione mentre imprenditori, disoccupati, anziani e persone vessate dal fisco si danno fuoco o si suicidano a causa della crisi economica?
“La Bce non rappresenta per il popolo italiano nessuna istituzione: è una banca “privata” i cui soci-azionisti sono individui “privati”. Gli Italiani non sono mai stati interpellati sulla adesione dell’Italia all’Unione europea e nessun governo può legittimamente rinunciare alla sovranità monetaria. Lo pseudo-governo attuale opera da usuraio nel recuperare i debiti al di là delle possibilità dei cittadini spingendoli alla disperazione e al suicidio, cosa questa che è stata sempre ritenuta un crimine e condannata come tale fino dai tempi dell’Antica Roma e poi in Occidente per tutto il Medioevo (i Monti di Pietà sono stati creati dal 1200 in poi proprio per sottrarre i cittadini troppo vessati agli usurai). Che si tratti di istituzioni, di uomini politici o di singole persone non ha mai fatto nessuna differenza nella definizione dell’usura come crimine quando questa va al di là delle capacità dei debitori. Diversi imperatori romani, oltre a condannare gli usurai, trasformavano per decreto gli interessi già versati dai debitori in conto capitale restituito. “
Il reddito delle famiglie italiane, principale ammortizzatore sociale del Paese, è in netto calo. Le tasse sono in aumento incontrollato. I giovani sfiduciati hanno smesso di cercare lavoro. La disoccupazione è ai massimi storici. Questo il quadro che emerge dai dati Istat. Dove stiamo andando noi italiani?
“Credo purtroppo che non si veda un “futuro” possibile dove andare. Il meccanismo messo in atto per il cosiddetto “pareggio di bilancio” (che proprio oggi sarà votato dai parlamentari traditori per metterlo nella Costituzione) non può condurci che al disastro definitivo perchè il debito cresce nel momento stesso in cui si cerca di restituirlo (tutti i sacrifici fatti fino ad oggi, se ne sono andati in fumo con le perdite di ieri in Borsa che hanno fatto crescere a dismisura gli interessi da pagare sul debito). Insomma: siccome l’Italia non “crea” il denaro che le serve in quanto ha ceduto la sovranità monetaria, non può nemmeno restituirlo. L’unica strada è ritornare a battere moneta; non ce ne sono altre.”
Cito da un suo editoriale sul sito di ItalianiLiberi.it: “se vogliamo veramente combattere contro l’Unione, lo dobbiamo fare ogni popolo all’interno del proprio paese, in funzione delle forze e degli interessi del proprio paese”. A che punto sono le lotte dei movimenti antieuropeisti italiani?
“Veri e propri movimenti antieuropeisti, con una struttura politica in Italia fino ad oggi non ce ne sono stati; stanno sorgendo adesso: quello di Grillo, quello di Magdi Allam che però si limitano all’abbandono dell’euro, non chiedono l’uscita dall’Unione europea, mentre se non si esce dalle normative europee nei confronti dell’immigrazione, del commercio agricolo, ecc. non c’è speranza di rinascita per gli Stati Nazionali.”
Il ricatto europeo prevede che il tecnico Monti non venga messo in discussione, pena il crollo della Borsa italiana, l’aumento dello spread ed il conseguente fallimento dell’Italia. E’ davvero troppo tardi per uscire dall’Europa?
“Sono convinta che mai come per l’uscita dall’Europa valga il detto che non è mai troppo tardi. Se dobbiamo morire, almeno che si muoia con la dignità del nostro nome, della nostra libertà, non calpestati da adoratori del gioco di Borsa.”
La crisi economica ha avvicinato la gente ai movimenti di lotta per la tutela sociale e l’ha allontanata ancora di più dai partiti. Tutti si aspettano per le prossime elezioni un uomo forte da votare, distante da compromessi politici e al servizio degli italiani. Esiste una simile figura in Italia attualmente?
“Non mi pare, io non ne conosco. Però – lo ripeto- tutto è meglio della situazione attuale: l’importante è riprendere, quali che siano le circostanze e le persone, l’indipendenza e la libertà di votare.”
Cito ancora da un suo editoriale del 2002: “l’Unione Europea è un progetto imperiale di dominio sui popoli funzionale esclusivamente ai desideri di potenza e di ricchezza dei governanti, cosa che spiega come mai non vi sia nessun partito che vi si oppone e perché gli organi di informazione tacciano il più possibile”. Gli Italiani si oppongono alla politica di questo Governo tecnico, dettata dall’Europa, e sostenuta da un finto parlamento. Ma come avvenne in Irlanda, per quale motivo in Italia non è ancora iniziata una battaglia referendaria contro l’Europa?
“Perchè, come abbiamo visto, nessuno ha preso l’iniziativa politica in questo senso, e senza un’organizzazione, senza soldi, senza l’appoggio dei mezzi d’informazione, non si può proporre un referendum (se fosse stato possibile, l’avrei fatto io).“
Il suo prossimo lavoro “Dopo l’Occidente” (Bur) sarà in libreria nei prossimi giorni. “Lo strapotere della finanza, la fine della politica, il tramonto della Chiesa. Come possiamo riprendere in mano il nostro futuro, prima che i banchieri ce lo comprino a prezzi stracciati”. Lei aveva ragione già nel 1997. Può anticiparci ancora qualcosa prima che i padroni del denaro eliminino coloro in grado di pensare, di produrre pensiero?
“Purtroppo io prevedo la fine della civiltà europea e un lento ma triste tramonto del cristianesimo e dei “bianchi” (c’è chi piange per la morte dei “panda”, ma non ci saranno più in Europa capelli biondi, occhi azzurri, e soprattutto non ci saranno più le intelligenze europee, anche se ancora non ho sentito nessuno piangere per questo). Però, anche se l’ho scritto, confesso che spero ancora che qualcuno si scuota da questo stato preagonico e cominci finalmente a combattere. Non spero nella Chiesa Cattolica, anche se avrebbe potuto fare molto per influire sui politici, ma spero in coloro che amano Gesù, che amano il Vangelo. Spero anche in coloro che amano Beethoven e Puccini, Leonardo e Tiziano, Petrarca e Leopardi, insomma in coloro che amano la civiltà europea e gli immensi doni di pensiero e d’arte che ha dato al mondo. Possibile che non ci sia un solo “ricco” che voglia fare qualcosa per salvarla? Io non ho denaro, ma sto preparando un “pentolone” d’acciaio da seppellire in un piccolo orto con la musica, i libri, i dizionari di italiano-russo, italiano-cinese, italiano-inglese, nella speranza che un domani qualcuno lo ritrovi e sappia qualcosa di noi come noi abbiamo fatto per tanti popoli che non esistono più.”
Grazie alla Professoressa Ida Magli. Il suo pensiero se giusto o sbagliato potrà dirlo solo il tempo. Nel 1997 lei aveva ragione.
Fonte: www.napolitime.it

Massacri in Siria: smascherata la truffa della BBC

Una volta di più la stampa britannica è stata beccata con le mani nel sacco mentre cercava di far accettare un attacco guidato dalla NATO, questa volta contro la Siria. La BBC ha difatti usato un’immagine vecchia di anni che mostra bambini iracheni morti allo scopo di gettare sospetti sul governo siriano per l’attacco alla città di Houla. A poche ore dal massacro, la BBC ha usato una foto pubblicata per la prima volta oltre 9 anni fa e scattata ad Al Mussayyib, Iraq. L’immagine mostra un ragazzino che salta sopra a file di cadaveri di centinaia di bambini iracheni portati in massa al cimitero per essere identificati. La BBC ha etichettato l’immagine come proveniente da un attivista sostenendo mostrasse «cadaveri di bambini ad Houla, in attesa di sepoltura». Dopo essere stato smascherato l’errore, la BBC ha modificato il contenuto dell’articolo originale senza neanche pubblicare una ritrattazione.
Il fotografo che ha scattato l’immagine autentica, Marco Di Lauro, ha postato questo messaggio sulla sua pagina Facebook: «Qualcuno sta usando delle immagini che io ho scattato e lo sta facendo come propaganda contro il governo della Siria per dimostrare un massacro». Di Lauro ha dichiarato al London Telegraph di essere sconcertato che la BBC non abbia verificato l’autenticità dell’immagine.

Con | Don Chisciotte

mercoledì 23 maggio 2012

Frasi e Citazioni di Giovanni Falcone, Magistrato Antimafia, Palermo, 23 maggio 1992

Citazioni di Giovanni Falcone - Migliori frasi d Giovanni Falcone

«Gli uomini passano, le idee restano.
Restano le loro tensioni morali e continueranno
a camminare sulle gambe di altri uomini»

[Giovanni Falcone, Magistrato Antimafia]
Palermo, 20 maggio 1939 – Palermo, 23 maggio 1992

Frasi di Giovanni Falcone - citazioni d Giovanni Falcone

L’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa.
Altrimenti non è più coraggio, è incoscienza!
){Giovanni Falcone}( Angola Xyami

Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini.
){Giovanni Falcone}( Angola Xyami

L’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa.
Altrimenti non è più coraggio, è incoscienza!
){Giovanni Falcone}( Angola Xyami

La mafia, lo ripeto ancora una volta, non è un cancro proliferato per caso su un tessuto sano. Vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, grandi e piccoli maestri cantori, gente intimidita o ricattata che appartiene a tutti gli strati della società. Questo è il terreno di coltura di Cosa Nostra con tutto quello che comporta di implicazioni dirette o indirette, consapevoli o no, volontarie o obbligate, che spesso godono del consenso della popolazione.
){Giovanni Falcone}( Angola Xyami

frasi-di-paolo-borsellinofrasi-di-paolo-borsellino-politica-mafia

venerdì 18 maggio 2012

L’americanizzazione totale non può attendere. L’Italia tra nuovi “scandali”, “antipolitica” e saccheggio dello Stato

Gli italiani sono un popolo dalla memoria corta. Nel bene e nel male: dimostrano ingratitudine verso chi ha fatto loro sostanzialmente del bene (o meno male di altri…) e dimenticano alla svelta le “lezioni” ricevute.

Per carità, scordarsele per poter poi meglio tirare avanti senza deprimersi collettivamente, sarebbe di per sé un buon segno, ma in questo popolo vi è la radicata abitudine a non far tesoro di quanto ha già dovuto patire. Il problema è che spesso e volentieri dalle batoste del passato non ha imparato proprio nulla; anzi, poiché le ha interpretate così come ha voluto chi gliele ha date, ha finito per introiettarle proprio al contrario di come andava fatto.

È il caso, ad esempio, della stagione “moralizzatrice” andata sotto il nome di “Mani pulite”. Uno spettacolo dato in pasto al peggior popolino – compreso quello che si ritiene “acculturato” perché legge un quotidiano “progressista” – per inscenare un repulisti da cima a fondo che nella sostanza ha lasciato il sistema inalterato, peggiorandolo addirittura per molti aspetti che incidono nella vita di tutti noi.

Che poi a reclamare “pulizia” siano, esasperati a dovere da una pletora di “giustizieri”, proprio gli strati più infimi della popolazione, sia per censo che per cultura, è cosa sinceramente preoccupante, poiché con la “modernità” anche la proverbiale “onestà” dell’altrettanto proverbiale “persona umile” è andata a farsi friggere.

Oggi, il “popolo” è quanto di più greve ed abbrutito si possa concepire, infarcito com’è di messaggi ed abitudini capaci di traviare anche un beato. E senza il classico e sempre valido “timor di Dio”, anche la “morale” di cui molti si riempiono la bocca diventa un puro vaniloquio.

Per questo, sebbene Beppe Grillo abbia ragioni da vendere quando lancia i suoi strali contro “la casta”, vien poco da esaltarsi al pensiero di un “processo popolare” evocato dal capo del Movimento 5 stelle, col suo pubblico bello pronto con le corde e il sapone. “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”… bisogna sempre ricordarselo. Certo, è vero che alcuni – ricoprenti le cariche cosiddette “di responsabilità” – hanno la coscienza nera come la pece e fanno sinceramente ribrezzo anche solo a pensarli, ma non è che la maggioranza, che supinamente accetta stili di vita ed atteggiamenti mentali dettati dai dominanti, sia automaticamente con la coscienza immacolata.

Eh no, così è troppo comodo. Perché qua, in un certo senso, il più pulito c’ha la rogna. Va bene, non è bello rinfacciare alla massa – bombardata da messaggi fuorvianti – le sue cattive abitudini (riassumibili in tutta una serie di comportamenti volti a migliorare il proprio “tenore di vita”), come dire, “ve la siete cercata”, proprio mentre i più fragili, e talvolta oggettivamente rovinati, si stanno togliendo la vita; ma è anche vero che tutti, in una certa misura, si sono ‘compromessi’ con quest’andazzo, che finché ha garantito ricchi premi e cotillon è stato scambiato per “il migliore dei mondi possibili”, mentre ora, al momento che la nave affonda, si vorrebbe dare la colpa solo a qualche ‘schettino’, pulendo d’un colpo la coscienza a tutti gli altri che ballavano e gozzovigliavano senza mai porsi mezza domanda sul senso di una vita trascorsa nell’inconsapevolezza più scellerata.

E così, con buona probabilità, anche stavolta, tra una ridda di “scandali” (politici, bancari ecc.), andrà a finire che tutto cambierà perché nulla cambi. Nel senso che c’è il fondato rischio che a fronte di un crollo elettorale dei partiti della “Seconda repubblica”, massacrati e “depurati” – alcuni più degli altri (v. la Lega) – dalle solite “inchieste” ad orologeria, ci si ritrovi con una bolla d’aria in mano, con tanti saluti a chi s’illudeva di vivere un sostanziale ed epocale cambiamento.

“Cambiamento”: questa è la parola magica in democrazia, assieme a “riforme” e “nuovo”, ripetuti ossessivamente dalla propaganda, e dalla pubblicità, che della prima replica stili e finalità. E “cambiamento” avremo, né più né meno come ci fu spiattellato regolarmente, a pranzo e a cena, con il festival degli “avvisi di garanzia” dei primi anni Novanta.

Ma è poi forse cambiato qualcosa dopo quella sarabanda? Abbiamo avuto una classe politica migliore, più onesta e più “dalla parte della gente”? Suvvia, smettiamola di credere agli asini che volano. Per prima cosa, ogni nazione ha i capi che si merita, a maggior ragione se manco si rende conto di essere completamente asservita ad interessi che non sono i suoi. Secondariamente, in effetti qualcosa è cambiato, sì, ma decisamente in peggio.

L’Italia, dopo “Mani pulite”, si è trasformata a tappe forzate in una copia dell’America. E tutto è andato in quella direzione.

Intanto, falciando la classe politica del cosiddetto “Pentapartito”, sono scomparsi dalla scena anche gli ultimi statisti (uomini politici col senso dello Stato), e siamo rimasti solo con buffoni, nani e ballerine (e voglio ancora essere ottimista) smaniosi di prostituirsi senza dignità. A quel punto, il saccheggio dei beni dello Stato è risultato un gioco da ragazzi. Guarda caso, ogni volta, il tintinnio di manette e gli “scandali” vanno di pari passo con l’esigenza di “svendere” per “privatizzare”, sostenuta a tamburo battente da un’ossessiva e monotona grancassa mediatica mirata a screditare l’idea di “Stato” e di “pubblico”, come se questi fossero sinonimo di “malaffare”. Se lo ricordino, ogni tanto, gli avidi consumatori delle cronache di certi giornali “giustizialisti” e “forcaioli”… E, già che ci siamo, chissà perché, con un sincronismo sbalorditivo spuntano fuori sempre le “Brigate Rosse”, o “la Mafia”, a far fuori qualche personaggio scomodo, che resiste all’ennesima calata di braghe…

Vi è un’abbondante messe di materiale, sia su carta che su internet, per rendersi conto della vera e propria rapina ai danni della comunità nazionale andata in scena col festival della “moralizzazione” di vent’anni fa. E alla fine, poiché in Italia l’opposizione è inesistente, checché ne pensino quelli che ancora trovano gratificante atteggiarsi ad “anticonformisti” o “rivoluzionari”, buona parte di quelli che erano beni pubblici, pagati coi soldi frutto dei sacrifici di tutta la “gente normale”, sono stati svenduti a pochi pasciuti pescecani, che sono ancora lì, pronti a papparsi anche il grosso e succulento ‘secondo grande boccone’ del patrimonio dello Stato italiano.

Nello stesso torno di tempo, ci hanno messo la ‘camicia di forza’ del “Trattato di Maastricht”, con tutti i più feroci “moralizzatori” dell’epoca che erano anche i più ferventi “europeisti” (il Pds, La Rete…). Da quel giorno, il classico “Dio lo vuole!” è stato trasformato in “l’Europa ce lo chiede!”, per imbarcarci in un’assurda e controproducente ‘Crociata’ contro le “sovranità nazionali”. Non è forse l’Unione Europea l’apposita versione a noi imposta degli “Stati Uniti d’Europa”?

Non è tuttavia questa la sede per un’analisi puntuale e dettagliata di quanto è accaduto vent’anni fa, ma basta poco per rendersi conto di come, mentre il teatrino della “moralizzazione” viene periodicamente inscenato per placare gli umori di un “popolo” aizzato ad arte, siamo finiti per assomigliare sempre più all’America, senza nemmeno quegli elementi apprezzabili – sempre alla luce della “modernità”, beninteso – che vi si potrebbero individuare; perché quello è, volenti o nolenti, il modello al quale tutto il mondo deve appiattirsi affinché i signori del danaro e dell’usura possano coronare il sogno di trasformare l’uomo in un fantasma di se stesso, in balia del suo ego e, a quel punto, di tutti i farabutti intenzionati a tiranneggiare le vite del prossimo poiché a loro volta fanno torto a se stessi.

Procediamo dunque in ordine sparso e cominciamo con un “piatto forte”, visto che, come recita la Costituzione, la “Repubblica antifascista nata dalla Resistenza” è “fondata sul lavoro”. È decisamente triste innalzare al rango di ‘divinità laica’ quella che gli antichi hanno concepito e descritto solo come una “pena”, un male necessario (i “nobili”, non hanno mai “lavorato”, e un motivo ci sarà): per di più l’uomo “moderno”, lo vede come un “fattore della produzione”, al pari del “capitale” e dei macchinari, cosicché – con un apparente paradosso – quello che a parole viene reso un “valore assoluto” tanto che occupa l’art. 1 di una legge fondamentale dello Stato, nella pratica è sempre più privo di senso, perché il “senso” l’ha perso esattamente colui che lo esplica, l’uomo, che negando Dio non fa altro che negare se stesso, con la conseguenza che anche quelle che egli presenta come le sue più “elevate conquiste” son destinate ad un misero fallimento.

Ma che cos’è questo “mercato del lavoro” che rievoca più la tratta degli schiavi che una realtà in cui, avendo in vista la crescita morale e materiale della nazione, dovrebbero incontrarsi, in un clima di mutua collaborazione, le energie di tutti i “ceti produttori”? Siamo, insomma, al mercato delle vacche, sempre più magre, tra “flessibilità”, “mobilità” e “precariato”, tutte parole che evitano di pronunciare la parola “sfruttamento”. Lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo è difatti la regola nei rapporti di lavoro nella nostra nuova patria ideale, l’America, dove una massa di poveracci arranca per sopravvivere tra più lavori, “a tempo”, saltuari, a tutte le ore, con poche o nulle garanzie, mentre una minoranza – ben rimpinzata perché serve da sostegno del sistema – si sollazza tra stipendi da favola e privilegi che i comuni mortali possono solo sognarsi la notte. Chi ha buona memoria ricorderà come a partire da “Mani pulite” divenne all’ordine del giorno ripetere ossessivamente, da parte di gentaglia con posto ultrafisso e manna dal cielo garantita, che no, non si poteva più pensare al “lavoro sicuro”, ma si doveva entrare nell’ordine d’idee della “competitività”, della “mobilità”, come se ad un operaio o un impiegato normale fregasse qualcosa di queste “sfide dei mercati che la globalizzazione ci impone”.

Collegato a questo, ma non solo, vi è la creazione di una “società multietnica”, essenziale per trascinare verso il basso i livelli salariali e tutte le garanzie sin qui raggiunte. Che cosa di meglio che un surplus di “braccia” da impiegare a “buon mercato”, mentre una viscida e spudorata menzogna ripete che “gli italiani non vogliono più fare certi lavori”? Non a caso, è nella patria dello sfruttamento, l’America, nata sul sacrificio di milioni di schiavi deportati dall’Africa, che la “società multietnica” è stata concepita e realizzata. Una situazione – quella della “società multietnica” – che, in mancanza di un saldo legame che non può essere un vago “contratto sociale”, tra i vantaggi per gli sfruttatori offre anche quello dell’assenza di solidarietà tra chi, pur dibattendosi tra difficoltà condivise, non si unisce contro gli sfruttatori perché c’è qualcosa che, “a pelle”, impedisce – a parte alcune sporadiche eccezioni – di stabilire un legame capace di porre in essere una resistenza attiva ed organizzata. Per cui, la tanto decantata “lotta di classe”, diciamolo pure ai suoi fautori, non funziona proprio in una “società multietnica”…

Il risultato di questa “ricetta” è presto detto: la scomparsa del “ceto medio”, di quella fascia maggioritaria della popolazione, discretamente benestante dal punto di vista materiale, che è sempre stata un elemento fondante delle società europee sia negli anni dei Fascismi (Carta del Lavoro), ove questi si sono sviluppati, sia nel periodo della cosiddetta “socialdemocrazia” (Statuto dei Lavoratori). La direzione in cui invece marcia quest’Italia, sempre più invertebrata e senz’anima, è ben altra, purtroppo: una massa d’individui che s’arrabattano tra lavoretti e “contratti”, e un’élite di “manager” e “dirigenti” satolli fino agli occhi.

D’altra parte il “pericolo” di un “ceto medio” per Lorsignori è chiarissimo, perché su quello si regge una comunità nazionale sana e robusta, e per questo sono impegnati anima e corpo nel massacrarlo senza pietà taglieggiandolo in ogni modo e studiando sempre nuovi sistemi per rendergli la vita complicata.

Che dire inoltre della diffusione a pioggia di ipermercati, quasi tutti di catene straniere? È il modello del “mall”, quegli orribili agglomerati di negozi, ovunque tutti uguali, con la stessa merce, e “in franchising” perché le piccole attività a gestione familiare devono chiudere bottega (l’obiettivo è trasformare tutti in “dipendenti” di pochi enormi gruppi). All’ipermercato si va obbligatoriamente in macchina, perché c’è tanta, tanta merce con cui riempirsi il carrello. Addirittura è la viabilità stessa delle città ad essere modificata in funzione della presenza di questi “templi del consumismo”, e anche le feste comandate devono inchinarsi alla religione dell’acquisto compulsivo, dove il “libro sacro” viene sostituito dal depliant recapitato di continuo nella cassetta della posta (da un “multietnico” sfruttato per pochi soldi). E dove sono sorti per primi questi “centri commerciali”? In America, dove stanno aperti “24 ore su 24”, il che ci indica la fine che faranno anche qua i loro schiav… ops, volevo dire dipendenti. Facevo giusto caso al fatto che ultimamente, con il cosiddetto “governo tecnico” (leggasi: quello che deve fare il “lavoro sporco”), si è fatto un gran parlare di “liberalizzazione degli orari d’apertura”, e d’un tratto tutti i supermercati, anche quelli piccoli, e compresi  i “discount” (altra trovata americana per i “poveracci”), è stato istituito il “sempre aperto fino alle 21”, oppure quella giornata infrasettimanale in cui il locale era chiuso al pubblico adesso è stata ridotta a mezza giornata.

Non parliamo poi della diffusione capillare del gioco d’azzardo. Fino alla svolta epocale verificatasi nei primi anni Novanta, si contavano – e per i miei gusti erano già troppi – estrazioni del Lotto, Superenalotto, Totip, Totocalcio e qualche lotteria. Dagli anni Novanta s’è rotto ogni freno inibitorio:  lotterie ogni mese, sale bingo al posto della tombolata in famiglia, gratta e vinci dal tabaccaio, sale scommesse su tutto e tutti che, se prima erano mezze nascoste, frequentate solo da individui patologici, adesso si vorrebbe spacciare per luoghi in cui trascorrere un allegra giornata all’insegna dell’ipocrita “gioca poco e gioca sicuro”. E non è forse l’americana Las Vegas la città simbolo del gioco d’azzardo? Tremo al solo pensiero che anche qua vogliano costruire un obbrobrio simile…

Il cinema, poi, da passatempo ameno per famiglie, coppiette, militari in libera uscita  e intellettualoidi che si fracassano le meningi con film bulgari con sottotitoli in cirillico, s’è trasformato in un tempio dell’immaginario: i “multisala” che proiettano pellicole in cui il contenuto svanisce di fronte alle “emozioni” (occhiali tridimensionali, suono assordante ecc.) sono dei complessi integrati in cui si va ad istupidirsi dell’altro, come se tutto il resto non bastasse, mentre ci s’ingozza con secchiate di “popcorn”.

Sono riusciti addirittura a modificare anche i gusti per le automobili. Fatta salva la follia dell’abuso dell’auto, dall’utilitaria, o la sportiva, o, per chi ne aveva l’esigenza, la “familiare”, si è passati al “suv”, il simbolo dell’arroganza e della protervia di chi per il solo fatto di spaparanzarsi su un “macchinone” crede di avere sempre “ragione” sentendosi in diritto di sfracellare impunemente il malcapitato di turno che non s’è ancora dotato di un ‘gippone’ che non ha alcun senso su strade che non sono quelle dritte, larghe e desolate dei film americani “on the road”. Tra parentesi, anche l’ossessione sui “limiti di velocità” (autovelox, “patente a punti”ecc.), oltre che a fare “cassa”, serve a ridurre il cittadino in uno stato di servaggio che in ogni momento lo può mandare rovinato, come se si trattasse di un “criminale”.

Un campo in cui la trasformazione è stata evidentissima a partire dai primi anni Novanta è poi quello militare. A cosa è servito abolire la “leva”? Apparentemente ad eliminare un “anacronismo”, per molti vissuto come una vera seccatura. Ma in realtà la “riforma” delle Forze Armate serviva a chi aveva tutto l’interesse a mandare in giro per il mondo delle ‘truppe cammellate’  con la scusa delle “missioni di pace”, che un po’ alla volta – esauritasi la patetica finzione – si sono trasformate in partecipazione entusiastica e convinta alle guerre della Nato. Ne vedremo delle belle, in Siria e Libano. Non c’è bisogno di essere un fine “geopolitico” per capire che un miliardo di euro l’anno per presidiare una regione dell’Afghanistan, in attesa di chissà quale condizione affinché si debba far ritorno a casa, non ha alcun senso se non quello di alleggerire le spese allo Zio Sam, che da solo non ce la fa più a stare dietro a tutti i fronti che ha aperto con la cosiddetta “guerra al terrorismo”. Ed ora pensiamo a qual è la situazione negli Stati Uniti… esiste la coscrizione obbligatoria? Certo che no, perché lì quella del “militare” è una professione, e lo stesso dev’essere qua, salvo poi coinvolgere emotivamente “la nazione” ogni volta che qualcuno ci lascia le penne, come se si trattasse di un povero ragazzo strappato a forza dalle braccia della mamma, mentre invece trattasi di persone che sanno benissimo cosa vanno a fare e a quali rischi vanno incontro. Non per questo non si deve provare umana pietà per chi muore (e magari qualche volta, anche per le vittime locali…), ma la grande questione inevasa è: che cosa diavolo ci stiamo a fare, con mezzi e uomini in armi, ai quattro angoli del pianeta? Quando senti dire che “c’è la crisi” e allegramente si spendono cifre da capogiro per presidiare, ufficialmente, un ’fortino’ o un ‘ospedale’, c’è qualcosa che non torna.

Ma veniamo ad un altro “piatto forte”… La scuola pubblica è in uno stato comatoso.  Ovvio che chi può evita di mandarci i figli a perdere tempo. In una logica ineluttabile, finisce così che nelle scuole un tempo fiore all’occhiello dell’educazione nazionale finiscono solo i figli degli sfigati, in classi “multietniche” dove sarà già un successo se alla fine della quinta elementare si sarà appreso almeno a leggere e scrivere. Il fenomeno dei “bulletti” va di pari passo con il degrado sociale, così anche nelle scuole, in specie nelle “professionali”, tra non molto i docenti dovranno entrare armati se vorranno essere rispettati. Ai rampolli della società “bene”, invece, si apriranno le porte di università che costeranno cifre sbalorditive, e un primo assaggio di questo “elitismo” crasso e volgare lo si ebbe, nei primi anni Novanta, con l’innalzamento da 300.000 lire per tutti (fatti salvi gli esoneri “per merito” e per i “meno abbienti”) alle odierne cifre proibitive, con la scusa degli “scaglioni di reddito”, sbandierati dai soliti “paladini della gente”. Tutta una cinematografia per ragazzi, ambientata nei vari “college”, ha fatto il resto, alimentando il pregiudizio per cui la nostra fosse un’educazione “noiosa” mentre in America è tutto un “divertimento”, compreso l’immancabile momento in cui il belloccio di turno fa il cascamorto con una “ragazza pon pon” davanti agli armadietti del corridoio.

La scuola è effettivamente un osservatorio privilegiato per giudicare il livello di degrado dell’Italia odierna. Si tratta infatti di un microcosmo in cui sono compendiati tutti i difetti dell’attuale società, composta di individui smaniosi di “modernizzarsi”. Se a scuola si hanno “debiti”, e non più “insufficienze”, logico che ci si prepari ad un futuro da indebitati perennemente.

Gli americani sono in effetti un popolo di schiavi delle banche. Le prime “carte di credito” non sono forse arrivate dall’America? E a cosa sono servite, quelle e le “vendite a rate”, esplose dagli anni Novanta di pari passo con la diffusione degli ipermercati con annesso mega-parcheggio? Il risultato è che anche le nostre città, ormai, ad ogni angolo hanno “sportelli bancari” e filiali di “finanziarie” che con una retorica bugiarda inneggiano, nei loro cartelloni, ad “affidarsi” a loro per “coronare i tuoi sogni”, dare “solidità al tuo futuro”. Lo stesso dicasi per il dominio sempre più incontrastato delle “assicurazioni”.

In America ti devi “assicurare” su tutto, e non è infatti casuale il fatto che, nei film polizieschi, ci scappi il morto perché un parente spera di intascare il “premio dell’assicurazione”. Non hai la polizza? Non vieni curato: ed è il destino che attende anche noialtri, se non ci si rende conto di che cosa nascondono gli assalti “moralizzatori” contro la “sanità” di questa o quella Regione o certe trasmissioni “di denuncia” che, mostrando anche degli oggettivi sprechi e disservizi, veicolano l’idea che “pubblico” è sinonimo di “marcio”, con l’unica alternativa, pronta come i canini del vampiro, che resta quella della “sanità privata”, mentre i “poveracci” senza polizza verranno ammassati in qualche ‘lazzaretto’. Il tutto si nutre dell’insicurezza insita in chi non si “affida” più al suo Creatore – ciò dev’esser chiaro – ma siccome la fede non la si può dare per legge, che almeno si comprenda che l’abuso delle “assicurazioni” fa leva su una “insicurezza” agitata ad arte ed instillata in tutti noi attraverso un apparato comunicazionale ed “educativo”, nonché, esistenzialmente, tramite un “modo di vita” che rende di fatto “precaria” l’esistenza in quegli aspetti che almeno gli esperimenti “socialisti” avevano avuto il merito di organizzare in maniera più consona alla dignità umana. Uno spazzino è sempre uno spazzino, anche se lo chiami “operatore ecologico”, ma di sicuro preferirà un posto sicuro, comunale, piuttosto che un degradante incarico nell’organico di qualche “cooperativa di servizi”.

L’industria della pubblicità, ovvero l’arte di presentare le cose per come non sono, opera ad un livello di sofisticazione mai visto prima, in maniera onnipervasiva ad un punto tale che senza “raccolta pubblicitaria” nessuna trasmissione televisiva merita più di essere proposta ad un pubblico progressivamente istupiditosi a livelli preoccupanti. Il film di prima serata non prevedeva alcuna interruzione: poi, un giorno, dissero che tra primo e secondo tempo c’era da sopportare un po’ di pubblicità, e da quel momento, sulla spinta di “tv commerciali” che se proprio dobbiamo sopportare la televisione sarebbe meglio non esistessero, è stato un bombardamento di reclame a tutte le ore, e in tutti i modi, dalle sovraimpressioni ai “bip”, compresa la trasformazione di artisti in “piazzisti” nel più deprimente stile delle “televendite” introdotte sempre dai suddetti canali privati. Quando la pubblicità invade ogni angolo di strada, viene appiccicata dappertutto e uno sportivo viene ridotto ad un’insegna deambulante si ha l’impressione, non lontana dal vero, che tutto ruoti intorno al celebre “produci, consuma, crepa”. Ricordo bene le magliette delle squadre di calcio italiane, ancora senza pubblicità, mentre quelle dei paesi più “avanzati” erano già sponsorizzate, per tacere di quelle del “soccer” lanciato in America, più adatte al carnevale che ad un’attività intrisa ancora di alcuni “valori” qual era lo sport, prima che anch’esso si riducesse ad una passerella di “vip” sempre più bizzosi e adusi ai “colpi di testa” tipici delle “star” del cinema. Si pensi alla serietà di uno Zoff, di uno Scirea (che sembravano “vecchi” quando erano giovani!), e la si confronti con la sbruffoneria di queste sottospecie di gladiatori tutti tatuati, il cui principale motivo di celebrità sono i contratti milionari e le “veline” che riescono ad abbordare.

Si potrebbe andare avanti per ore con l’elenco dei cambiamenti, in senso “americano” e dunque “moderno”, avvenuti in Italia negli ultimi vent’anni. Ad esempio l’insicurezza, specie in alcune zone e in determinate ore, nelle città italiane. E ora la caccia a chi non fa lo scontrino o non è “a norma”, come tanti piccoli Al Capone, che, com’è ripetuto per rafforzare il mito dell’America “legge e ordine”, fu arrestato per… evasione fiscale.

Ma questa non voleva essere una rassegna completa, bensì una riflessione su quello che è accaduto all’Italia e agli italiani a partire dai primi anni Novanta, quando all’insegna della “moralizzazione” è stata impressa un’accelerazione al processo di trasformazione in senso “americano” e “moderno”.

Epperò il progetto di modellarci ad immagine e somiglianza dell’America non è ancora concluso, anche a causa di qualche ‘incidente di percorso’, ma soprattutto perché non si può somministrare una cura da cavallo senza che il ‘paziente’ non abbia una crisi di rigetto, quindi è bene non dare troppo “nell’occhio”, anche se obiettivamente il ‘gioco’ è ormai apertamente smaccato.

Ora, con la nuova ondata di “antipolitica” e tutta la letteratura contro “la casta”, e le “inchieste” che prima o poi dovevano ripartire, l’obiettivo è il completamento di un disegno realizzato in parte vent’anni or sono. La polemica sul “finanziamento pubblico dei partiti”, se proprio vogliamo tenerci i partiti (al sottoscritto non interessano affatto), va anch’essa nella direzione dell’America, dove vige il finanziamento privato (che non è quello degli “internauti” che donano dieci dollari a testa, sia chiaro), escludendo quindi ogni possibilità di visibilità e di operatività ad un partito che non persegua l’interesse dei potentati dell’industria e della finanza, delle “lobby”, manco a farlo apposta citate come garanzia di “trasparenza” dai tirapiedi dell’America messi nei giornali e nelle tv “autorevoli” a “fabbricare le opinioni”…

Ora, non c’è dubbio che tutta questa situazione destabilizzante di cui abbiamo tratteggiato solo alcuni aspetti, non può che condurre alla follia vera e propria, individuale e collettiva. Ecco perché in America dilagano gli stati depressivi e sono all’ordine del giorno le cosiddette “stragi della follia”, in cui un “pazzo” entra in un supermercato o in una scuola e fa una strage.

Ricordo nitidamente la sensazione angosciante che ebbi quando, nei primi anni Novanta, venni a sapere della prima di questo tipo di stragi qui da noi. Che non hanno nulla a che vedere con i “delitti” che da sempre occupano la “cronaca nera” a beneficio di un pubblico dalla curiosità morbosa. Stavolta è diverso, e la cosa mette i brividi.

Mi dissi: “Ecco un altro regalino dall’America…”. Si parte con le stragi in famiglia, ed è ‘normale’, perché all’inizio un essere disperato se la prende con le persone che gli sono più a portata di mano e che identifica come la “causa dei suoi mali”. Certamente non può aiutare un andazzo in cui la famiglia viene sempre più strapazzata e, perciò, svilita, a vantaggio di “nuove forme di convivenza” (sic). Il passaggio successivo è la strage di sconosciuti, paradossalmente più difficile da compiere, ma per la quale, noto, ci stiamo attrezzando anche qua… E la cosa che in simili occasioni solitamente lascia perplessi è constatare che il “pazzo” di turno non era poi il classico “scemo del villaggio”, che notoriamente non ha mai fatto male a nessuno.

Il significato di tutto ciò è molto evidente, in particolare da quando è emerso in tutta la sua devastante portata il fenomeno, socialmente rilevante, delle depressioni e delle nevrastenie, pudicamente chiamati “disturbi dell’umore” e significativamente descritti come “malattie dell’anima”, che in America hanno fatto la loro prima comparsa. La cosiddetta “civiltà moderna”, di cui l’America è solo la punta avanzata, è l’esatta inversione, parodistica, di una “civiltà tradizionale”, con una sua ‘sacralità’ al contrario, perciò l’amaro calice della riduzione di questa umanità ad un branco di scimmie procederà inesorabilmente, e solo chi saprà “risvegliarsi”, riportando in sé l’ordine, potrà farla franca quando questa umanità avrà esaurito le sue possibilità. Le nazioni, una per una, vengono a trovarsi progressivamente nella medesima condizione, e quale leva prioritaria si usa il veicolo dell’americanizzazione sotto le parole d’ordine vacue e suadenti della “libertà”, della “democrazia” e dei “diritti umani”. Tutti, un po’ per volta, devono ridursi ad una copia dell’America, imitandola in tutto e per tutto, finendo per snaturarsi e dimenticare chi sono, da dove provengono e dove devono fare ritorno. L’Italia e gli italiani non fanno eccezione, perché pare che ad ogni puntata di questa ‘discesa agli Inferi’, sebbene tutto sia piuttosto agevole da comprendere e decifrare grazie anche alle esperienze pregresse, non si riesce ad invertire la direzione. È come se, una volta ammorbati da questa “modernità” sbarcata assieme ai Marines, ed oggi diffusa a piene mani dalla “cultura globale”, pian piano tutto deperisse e si corrompesse, in una specie di tremendo sortilegio che rende uomini potenzialmente vigorosi simili a degli invertebrati.

Certamente la tendenza alla decadenza è vecchia come l’uomo, ma i segnali più devastanti – dopo avvisaglie preoccupanti registrate già in Europa – si sono palesati da quando è stata la “scoperta” l’America. È come se le ultime barriere che tenevano a freno lo scatenamento di forze terribili fossero cadute. Lo s’intuisce nitidamente proprio da questo crollo psicologico dell’uomo “moderno”. Dove arriva l’americanizzazione, gli esseri umani sono sempre più instabili, fragili, in preda alle loro “emozioni”, che anziché essere addomesticate vengono incoraggiate e “liberate” con una faciloneria che lascia stupefatti. In una sola parola, i “moderni” rimangono senza “protezione”.

E una cosa rinsalda l’altra, così, deregolamentare gli orari di lavoro, diffondere incertezza sul futuro, minare i legami naturali a favore di quelli “ideologici”, creare un ambiente minaccioso e gravido di insidie, insomma, imporre una “tabella di marcia” come quella che sotto le insegne della nuova campagna di “scandali” e di moralizzazione”, e che per sommi capi abbiamo riassunto, non può che generare persone sempre più in balia delle onde, di se stessi, di quell’illusorio “io” su cui fa presa ogni aspetto della “vita moderna”.

Come porre rimedio?

Quando piove a dirotto, non si evita di bagnarsi passando tra una goccia e l’altra… Bisogna cercare un riparo sicuro, che è cosa diversa da un ombrellino comprato al mercato. È la stessa cosa per il diluvio d’influenze nefaste che promanano dall’America: serve una “protezione” per non finire depresso o nevrastenico, una specie di “zombie”.

Tutto concorre a farci dimenticare chi siamo? Bisogna rispondere con un costante “ricordo”…

Non servono invece ordinari mezzi “politici”. Quelli hanno fatto il loro tempo, anche i più “innovativi”, traducendosi di regola in cocenti delusioni perché vi hanno parte uomini che non sono “in ordine” e che perciò anteporranno il loro ego alla funzione da svolgere. Per quanto riguarda la sfera del “politico”, c’è da dire solo una cosa e il resto è fuffa: servono dei capi, dei condottieri, non utopistiche “democrazie dal basso”, “partecipazione”, “nuove sintesi” eccetera con cui si cerca di allungare il brodo dell’agonia dell’Italia, degli italiani e di quest’umanità che sta facendo, più o meno, la medesima fine. Se s’impara la lezione della storia, anche i più incalliti fautori delle “ideologie” non posso disconoscere il fatto che per tentare di metterle in pratica c’è stato bisogno di uomini fuori dall’ordinario, altrimenti si finisce per credere ai miracoli del “proceduralismo”, come se gli uomini fossero un mero superfluo accessorio. Anche nelle storie dei Profeti ricorrono, all’inizio, quelle pie figure che erano “in attesa”, “ricordando”… Di questo hanno paura i burattinai dell’usura e dello sfruttamento. Di chi sguaina la spada per primo, di chi galvanizza gli altri, che a quel punto si ricordano che sono dei leoni e non delle pecore smarrite.

Per questo educano tutti quanti, sin da bambini, a rigettare, col ricatto della “dittatura”, l’idea di un capo, ammantandola di ridicolo (“il salvatore della Patria”, “l’unto dal Signore” ecc.), affinché nessuno ci pensi più e tutti ci si abitui al regno della mediocrità e del malaffare che ne deriva, al dominio dei peggiori e non dei migliori. Sanno bene che un ardente desiderio, un senso di attesa collettivo, alla fine produce il risultato sperato, perché chi chiede ottiene risposta, dall’Alto. È un po’ come dire che l’attesa messianica produce, al momento giusto, il “Messia”. È sempre accaduto. “Attesa” e “Ricordo”, stare preparati…

www.europeanphoenix.net

domenica 8 aprile 2012

Palestina & Iran 2012: Quello che deve essere detto – di Günter Grass

Perché taccio, passo sotto silenzio troppo a lungo
quanto è palese e si è praticato
in giochi di guerra alla fine dei quali, da sopravvissuti,
noi siamo tutt’al più le note a margine.
È l’affermato diritto al decisivo attacco preventivo
che potrebbe cancellare il popolo iraniano
soggiogato da un fanfarone e spinto al giubilo organizzato,
perché nella sfera di sua competenza si presume
la costruzione di un’atomica.

E allora perché mi proibisco
di chiamare per nome l’altro paese,
in cui da anni – anche se coperto da segreto -
si dispone di un crescente potenziale nucleare,
però fuori controllo, perché inaccessibile
a qualsiasi ispezione?

Il silenzio di tutti su questo stato di cose,
a cui si è assoggettato il mio silenzio,
lo sento come opprimente menzogna
e inibizione che prospetta punizioni
appena non se ne tenga conto;
il verdetto «antisemitismo» è d’uso corrente.

Ora però, poiché dal mio paese,
di volta in volta toccato da crimini esclusivi
che non hanno paragone e costretto a giustificarsi,
di nuovo e per puri scopi commerciali, anche se
con lingua svelta la si dichiara «riparazione»,
dovrebbe essere consegnato a Israele
un altro sommergibile, la cui specialità
consiste nel poter dirigere annientanti testate là dove
l´esistenza di un’unica bomba atomica non è provata
ma vuol essere di forza probatoria come spauracchio,
dico quello che deve essere detto.

Perché ho taciuto finora?
Perché pensavo che la mia origine,
gravata da una macchia incancellabile,
impedisse di aspettarsi questo dato di fatto
come verità dichiarata dallo Stato d’Israele
al quale sono e voglio restare legato.

Perché dico solo adesso,
da vecchio e con l´ultimo inchiostro:
la potenza nucleare di Israele minaccia
la così fragile pace mondiale?
Perché deve essere detto
quello che già domani potrebbe essere troppo tardi;
anche perché noi – come tedeschi con sufficienti colpe a carico -
potremmo diventare fornitori di un crimine
prevedibile, e nessuna delle solite scuse
cancellerebbe la nostra complicità.

E lo ammetto: non taccio più
perché dell’ipocrisia dell´Occidente
ne ho fin sopra i capelli; perché è auspicabile
che molti vogliano affrancarsi dal silenzio,
esortino alla rinuncia il promotore
del pericolo riconoscibile e
altrettanto insistano perché
un controllo libero e permanente
del potenziale atomico israeliano
e delle installazioni nucleari iraniane
sia consentito dai governi di entrambi i paesi
tramite un´istanza internazionale.

Solo così per tutti, israeliani e palestinesi,
e più ancora, per tutti gli uomini che vivono
ostilmente fianco a fianco in quella
regione occupata dalla follia ci sarà una via d´uscita,
e in fin dei conti anche per noi.

(traduzione di Claudio Groff dal blog di Annalisa Melandri)

domenica 1 aprile 2012

Italia 2012: Ci stanno ammazzando?

Ieri un uomo si è dato fuoco nel parcheggio della Commissione tributaria, in via Paolo Nanni Costa, nella periferia ovest di Bologna. Era in debito con il fisco e voleva farla finita. A Giuseppe C., muratore di cinquantotto anni, erano stati contestati tributi non pagati e i suoi ricorsi alla commissione erano stati respinti, l’ultimo proprio di recente. L’uomo ha tentato di uccidersi incendiando la sua auto verso le otto di mattina.

C’è restato finché ha resistito e poi è corso fuori; sembrava una torcia umana. Diversi sono stati i biglietti scritti a mano (trovati dai vigili del fuoco all’interno della sua macchina) per spiegare il suo gesto. “Ho sempre pagato le tasse, poco ma sempre. Quello che ho fatto l’ho fatto in buona fede. Lasciate in pace mia moglie, lei è una brava donna. Vi chiedo perdono anche a voi” ha scritto riferendosi alla Commissione tributaria. A Roma, un altro caso: un uomo di quarantanove anni si è gettato dal balcone della sua abitazione perché disoccupato.

Questi tragici episodi sono in aumento e sono un sintomo evidente di come la crisi economica colpisce pesantemente la maggior parte delle famiglie e soprattutto le classi sociali più povere. Secondo le stime riportate dal Servizio Prevenzione del Suicidio dell’ospedale romano Sant’Andrea, il “fattore economico” ha pesato (sugli oltre 4000 suicidi complessivi in un anno) per oltre un terzo. Lo psichiatra Maurizio Pompili, che ha riportato queste stime, ha dichiarato:“Purtroppo questi dati non ci sorprendono, nella storia è un fenomeno già visto. Ci fu un boom di suicidi nel 1870, dopo una grande crisi e l’aumento del prezzo del pane”.

Intanto mentre qui si muore perché si è stremati dai debiti, Mr. Monti riscuote successi all’estero con i media di massa italiani ed internazionali che continuano l’elogio del “quanto è bravo il premier” fino allo sfinimento.....

“I giovani devono abituarsi all’idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita. E poi, diciamolo, che monotonia. E’ bello cambiare e accettare delle sfide”, queste parole di Mr. Goldman Sachs & co., ancora rimbombano pesantemente sui giovani (e meno giovani) che ogni giorno devono combattere per mantenere un lavoro sempre più incerto e precario.

Viviamo in un Paese sopraffatto dall’incertezza del futuro e chi prova a rialzarsi, viene represso a suon di bastonate democratiche. Proprio come è successo pochi giorni fa agli operai dell’Alcoa, manganellati mentre gridavano una sacrosanta verità: “un operaio, una famiglia”.

Già, una famiglia, quell’angolo di mondo tranquillo (o turbolento) all’interno del quale ciascuno sa di “contare qualcosa” anche quando all’esterno è solamente una risorsa umana da spremere come un limone fintanto che ha qualcosa da dare, per poi diventare una buccia, un peso, un rifiuto organico da “smaltire” e nulla più. Quella “casa” sicura (o meno) dove l’uomo economico, atomizzato nel suo ruolo di competitor solitario, corridore del progresso, condannato ad arrivare “primo” in una corsa truccata dove tutti sono ultimi, può tornare la sera. Accovacciarsi in posizione fetale e tentare di suggere qualche goccia di umanità e carpire uno scampolo di sentimento, di emozione, di vita. I figli, il coniuge, i genitori, quelle poche briciole di mondo che ancora hanno un nome ed un valore che prescinda dalla loro produttività. I “tuoi cari”, la tua isola felice (o infelice) che sta sgretolandosi ogni giorno di più, fagocitata dal progresso che per te ha in serbo altri programmi, volti a renderti assai più efficiente e produttivo.

L’ondata di suicidi del 1870 cui fa riferimento lo psichiatra Pompili, per giustificare il suo mancato stupore nei confronti di quelli di oggi, in realtà fu il risultato di quello stravolgimento economico e sociale meglio conosciuto come rivoluzione industriale e non solamente di un aumento incontrollato del prezzo del pane. La famiglia allargata che viveva in larga parte di autoproduzione e manteneva forti rapporti umani, all’interno di una comunità fortemente coesa, iniziò a morire, ammazzata dal lavoro salariato in fabbrica, dalle città maleodoranti, dall’incapacità dei suoi membri, diventati individui, di sopravvivere economicamente con lo “stipendio”, laddove fino a qualche anno prima vivevano con un certo agio all’interno di un sistema dove la presenza del denaro non era immanente e si rendeva necessaria solo in quegli ambiti dove l’autoproduzione, lo scambio ed il dono (e quanto altro garantito dallo spirito di comunità) non si manifestavano sufficienti. La famiglia, nella sua forma primigenia stava morendo e con lei si suicidarono molti dei suoi membri, riluttanti a diventare criceti, nella gabbia di un mondo che più non gli apparteneva. Come la mancanza di pane non fu l’unico elemento scatenante dell’ondata di suicidi della seconda metà dell’800, così la disoccupazione, l’usura di stato e il cinismo sprezzante di un governo di banchieri subumani non è l’unica causa dell’ondata odierna.

Anche oggi, come allora, quel che resta della famiglia sta morendo, ammazzata dai sacerdoti della crescita e del progresso che vedono in essa un ostacolo all’atomizzazione dell’individuo merce, deputato a sostituire l’essere umano. La mancanza di lavoro, comunque temporaneo e mal retribuito, è il cavallo di Troia attraverso il quale praticare l’eutanasia di qualunque legame famigliare ed amicale possieda l’individuo, fino a renderlo solo, acquiescente, malleabile e funzionale agli interessi della macchina economica. Per inseguire il miraggio di un lavoro che non c’è, i coniugi si adeguano a turni massacranti che pur condividendo la stessa casa li costringono di fatto a non incontrarsi più fra loro e con i figli per intere settimane. Per inseguire la speranza di lavoro, sempre più persone cadono vittima di un pendolarismo massacrante che li rende veri e propri zombie in ambito famigliare. Mentre altri si trasferiscono a centinaia di km di distanza dalla propria famiglia, per mantenere un posto di lavoro che sta sfuggendo e comunque a breve sfuggirà.

E quel che resta delle famiglie, diventa ogni giorno di più un luogo alieno, mero ricettacolo di frustrazioni personali, dove alcuni individui condividono spazi comuni, continuando a vivere la propria individualità, fatta di paura, sensazione di inadeguatezza e mancanza di qualsiasi prospettiva per il futuro.
Su questo retroterra di pesante demolizione di ogni rapporto sociale che prescinda dall’economia, sta crescendo l’ondata di suicidi che abbiamo iniziato a sperimentare e con tutta probabilità si acuirà nel prossimo futuro, di pari passo con il sempre più accentuato ridimensionamento delle prospettive occupazionali e la progressiva eutanasia della famiglia, dello stato nazione e della comunità.

Solamente un secolo fa la scala valoriale usata per misurare le persone era ancora incentrata sulle sue qualità morali. Il coraggioso e il vigliacco, il ladro e l’onesto, l’uomo d’onore e la spia, l’uomo “di cuore” ed il cinico e così via.

Oggi l’unica scala valoriale universalmente accettata è quella economica. Il vincente ed il perdente, l’uomo (o la donna) di successo e quello che non ne ha mai avuto, l’uomo che può mantenere agiatamente la propria famiglia e quello che la campa a fatica, la persona che lavora e quella che è disoccupata. L’uomo che possiede beni economici che gli garantiscono di acquistare affetti e sentimenti e quello cui questi beni economici vengono meno e teme di perdere (se non li ha già persi) i sentimenti e gli affetti che possedeva e troppo spesso ritiene che una corda o una latta di benzina rappresentino l’unica soluzione. In fondo potrebbero anche esserlo, se destinati agli umanoidi che hanno creato questa situazione.

Marco Cedolin e Fabio Polese | Agenzia Stampa Italia

lunedì 20 febbraio 2012

La "rivoluzione" dei permessi - Immigrati, la tassa sarà per intero ma i permessi dureranno più a lungo

Le altre novità che si annunciano: chi perde il lavoro avrà più tempo per cercarne un altro, dai sei mesi attuali, a un anno. Ci sarà il permesso illimitato per chi dimostrerà di avere una famiglia che lo sostiene. L'Esecutivo, dunque, ereditata la stangata di Maroni e Tremonti e preferisce ritoccare i permessi di soggiorno, senza ridurre la  tassa

di VLADIMIRO POLCHI

ROMA - Resta la tassa, si allungano i permessi. È la "rivoluzione" annunciata dal Viminale: basta rinnovi e scadenze ravvicinate nel tempo, i permessi di soggiorno dureranno più a lungo (anche il doppio). Non solo. Chi perde il lavoro avrà più tempo per cercarne un altro (il permesso per attesa occupazione passa da sei mesi a un anno) o un permesso illimitato se ha un contesto familiare che garantisca il suo sostentamento. E la nuova tassa firmata Maroni-Tremonti 1? Si pagherà per intero, ma meno spesso. Ecco i punti della bozza alla quale stanno lavorando in queste ore i tecnici dei ministeri dell'Interno e del Lavoro: sulla vita dei migranti si annuncia l'intervento più radicale dai tempi dellaBossi-Fini 2.
La stangata Maroni-Tremonti. Ad offrire lo spunto per rivoluzionare la materia è il decreto Maroni-Tremonti, entrato in vigore il 30 gennaio scorso: col provvedimento nasce una nuova tassa (tra 80 e 200 euro, a secondo del tipo di permesso) per gli immigrati che intendono richiedere il rinnovo o rilascio dei documenti. Un balzello che si va ad aggiungere alle altre spese già sostenute per la pratica: 27,50 euro per il rilascio del permesso elettronico, 30 euro per il servizio delle Poste e 14,62 euro in marca da bollo.
La "rivoluzione" dei permessi. Il governo Monti, ereditata la stangata, ha preferito mettere mano all'intera materia dei permessi di soggiorno, piuttosto che intervenire sulla nuova tassa (il cui mancato introito potrebbe peraltro configurarsi come danno erariale per la Corte dei Conti). "La norma che stiamo mettendo a punto - ha annunciato il 1° febbraio il ministro dell'Interno, Annamaria Cancellieri, alla commissione Affari Costituzionali della Camera - rivoluzionerà completamente il sistema dei permessi". E, stando alle prime indiscrezioni che arrivano dai ministeri competenti, l'annuncio potrebbe presto realizzarsi.
In arrivo i maxipermessi. Innanzitutto si lavora ad allungare i permessi di soggiorno: di tutti, da quelli della durata di tre mesi, a quelli che scadono dopo due anni. Tra le varie ipotesi sul tavolo, si mira anche a raddoppiarne la durata. Un modo per ridurre la nuova tassa Maroni-Tremonti, che rimane in piedi ma verrà pagata meno frequentemente (visto il prolungarsi dei permessi): una risposta alle richieste dei sindacati, Cgil, Cisl e Uil, che hanno più volte manifestato contro la nuova stangata. Un modo anche per semplificare la vita dei migranti, alle prese ogni anno con la burocrazia dei permessi.
Un anno per cercare un nuovo lavoro. Il governo prevede di allungare a un anno la durata del permesso di soggiorno per attesa occupazione. "Un anno di tempo o più in caso di cassa integrazione, indennità di disoccupazione e ammortizzatori sociali, invece di sei mesi", conferma il sottosegretario al Welfare, Maria Cecilia Guerra. Oggi chi perde il lavoro ha solo sei mesi di tempo per cercarne un altro, pena la scadenza del permesso. "Sei mesi per ritrovare un lavoro mi sembrano pochi - aveva detto anche il presidente della Camera, Gianfranco Fini nel maggio 2010 - vista la congiuntura economica andrebbe previsto almeno un anno". E ancora: "Un'altra norma che portiamo avanti - spiega Cecilia Guerra - permetterebbe di non far scadere il permesso di soggiorno a quegli immigrati che perdono il lavoro e che si trovano in un contesto familiare in grado di garantire il sostenimento economico. Il permesso di soggiorno non scadrebbe finché c'è la possibilità di un mantenimento".
Pratiche via e-mail. E ancora: per accelerare le pratiche si spinge sui permessi elettronici e l'uso di internet. Un programma informatico consentirà, nello stesso momento in cui si formula la domanda online, di ottenere gli appuntamenti necessari al disbrigo della pratica. Si partirà a giorni, assicura il ministro Cancellieri, "appena sarà pronto il software per rendere del tutto operativo il sistema che consentirà di alleggerire le pratiche e contrarre i tempi". Si pensa anche alla possibilità di bypassare le Poste, attraverso l'utilizzo della posta elettronica certificata per i migranti che ne dispongono. Resta però sul tavolo il problema della sicurezza della procedura via email, visto il rischio contraffazioni: oggi Poste rilascia una ricevuta all'atto di presentazione della domanda difficilmente falsificabile (grazie al codice ologramma).
I tempi? Dai ministeri competenti rispondono che la "rivoluzione" dovrebbe essere pronta in dieci giorni. E se per accelerare l'iter delle pratiche basterà un decreto ministeriale, per l'allungamento dei permessi si dovrà intervenire con una modifica di legge. 
Il plauso delle associazioni. "Così facendo il governo andrebbe incontro alle richieste avanzate da tutte le associazioni, dall'ARCI 3, alla Caritas 4 - spiega Pino Gulia, responsabile immigrazione del patronato Acli5 - perché l'integrazione passa anche da queste scelte che danno respiro agli immigrati, sia dal punto di vista economico, che burocratico".

Via | Repubblica