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sabato 31 agosto 2013

SIRIA 2013 | MA PERCHÉ NON VACCI TU? | Risposta a Eric Jozsef, di Francisco Pacavira

Cartoon di Economist

Una risposta soft al giornalista francese, Eric Jzsef, in merito al suo articolo sulla rivista Internazionale: “Salvare i siriani”.

Mio caro, guarda che sei ancora in tempo a partecipare dall'intervento e posteriore occupazione. Caro Eric, hai scritto per la gente sbagliata. I lettori di questa rivista, quelli veri, che la comprano e hanno una collezione a casa, non sono guerrafondai, nemmeno appoggiano gli interventi "avventurosi" basati su prove tuttora da conoscere.

Chiedi perché si faccia qualcosa, comincia tu: chiama l'egregio PR francese e presentati come volontario. Dopo l'intervento, segue gli sviluppo e raccontaci quante vite umane hai salvato.

Su, forza!

Però ricordati, ogni vita ha lo stesso valore delle altre. Non esistono morti speciali, né vivi superiori. Per cui, ogni volta che giustifichi/fondamenti la realizzazione di una guerra, pensala anche in casa tua. E' facilissimo fare l'eroe sul di dietro degli altri.

Lo sai, tuttora la Libia è in preda al caos. La gente continua a morire, la nazione non esiste più, il paese ha perso la sovranità: lo sai chi ha argomentato l'urgenza di quell'intervento? Ecco... portalo sulla coscienza.

Mio caro Eric, usa la tua bella intelligenza per la pace, per il dialogo, per il vero sviluppo dei popoli e delle società. A proposito, la guerra in Mali, ha anche lo zampino francese. Ti ricordi? Logico di sì. Hai coscienza di quanti reperti storici di incalcolabile valore l'Africa ha perso nelle biblioteche del Timbuctù? Sono sicuro che segui tutte le guerre francesi, allora non venga a raccontarci balle.

Con i soldi di queste guerre, se ci fosse l'interesse vero, potresti modernizzare la Francia, finire con ghetto degli stranieri, aiutare i paesi in difficoltà, come la Grecia e non solo. Con i soldi di queste guerre potresti cambiare/migliorare la vita di tanti francesi e se la solidarietà continua un valore diffuso tra i francesi, potresti aiutare tanti popoli che patiscono la fame, non solo quella di cibo, ma anche quella di cultura.  

Con tutto il rispetto,
ma mi faccia il piacere. 

Francisco Pacavira

mercoledì 7 agosto 2013

I 100 giorni di Letta e l’Italia che muore, di Francisco Pacavira

100 giorni di letta - pacavira

LA MATEMATICA NON E' UNA OPINIONE | I numeri sottostanti servono a far riflettere la classe politica italiana, gli intellettuali, e la società in generale.

ITALIA SANGUINANTE. Nel 2012 79mila italiani hanno lasciato il paese, di questi, la situazione anagrafica oscillava tra un minimo di 20 e un massimo di 40 anni. 80% dei nuovi immigrati sono laureati, e circa il 20% hanno un dottorato di ricerca. Questa emorragia di cervelli causerà danni profondi al tessuto produttivo italiano.

I 100 GIORNI DI LETTA. Dopo ‪#‎100giorni‬ l'Italia non è cambiata. Le aziende continuano a chiudere. Le opportunità per i giovanni continuano a scarseggiare, il credito alle aziende è sempre più magro, infine il potere d'acquisto delle famiglie continua a scendere. Servono segnali chiari e forti, cure da cavallo, provvedimenti utili che rispondano a bisogni reali. Cosa ha fatto il Governo Letta tuttora? Chi sta beneficiando dalla sua azione politica ed economica? Quali riforme sono state fatte? E di queste, in quale modo hanno migliorato la vita degli italiani? Se in ‪#‎100giorni‬ non abbiamo visto nulla, sarà difficile vedere il meglio nei restanti. Svegliati Letta Jr. fatti valere, se non oggi, quando?

LA SPERANZA. L'anno 1945 è stato peggiore. L'Italia ha vissuto momenti peggiori e non sarà questa crisi a distruggere il paese. Tuttavia la situazione è preoccupante. Dalla politica all'economia. Dal sistema sanitario alle università. Dall'agricoltura all'industria. Tutto è in fibrillazione, tutto è sotto tensione. Con questo andazzo, domani bisognerà ricostruirsi tutto da capo. Urge dunque che la politica torni ad occuparsi della vita reale dei cittadini. Il Parlamento torni ad essere il luogo precipuo dove si discutono soprattutto i problemi dei cittadini. Urge, inoltre, che la giustizia torni ad essere più equilibrata e credibile. L'impunità dei politici e delle forze dell'ordine deve essere cancellata. Il contrario di tutto ciò si chiama dittatura nascosta.

L'ITALIA DEVE FARCELA DA SOLA. L'Italia merita di più. Gli italiani ce la possono fare, ma hanno bisogno di una guida, hanno bisogno di punti di riferimenti forti e chiari. L'esempio nell'agire per il bene comune, servono esempi, oggi più che mai. Non sarà l'Europa a salvare l'Italia, anzi, il contrario è quello che ci siamo ormai abituati. L'Italia deve salvarsi da sola. Ma per salvarsi, la classe politica, la società civile, i vari gruppi di interessi devono fare un grande esame di coscienza. Niente è eterno, per cui la Repubblica può regredire, la democrazia sgretolarsi, e il welfare sparire da un giorno all'altro. Ecco perché, oggi più che mai, tutti sono chiamati ad interessarsi di più delle sorti del paese.

Tu, si tu, cosa fai per il bene comune? Cosa fai per l'Italia? La crisi non è finita, per cui bisogna trovare nuove forme di lavoro, nuove strade. Questi che lasciano il paese non gettano la spugna, anzi, hanno le palle. Costoro ha deciso di lottare in modo diverso. E tu, cosa farai nei prossimi giorni? Ricordati che è la forza del singolo che trasforma una società.

Cfr. Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/8JI1h

FPB AKA ‪#‎KambasFPB‬

Scrittura Nera - Tutto Succede Per Una Ragione, by Francisco Pacavira

martedì 6 agosto 2013

Cosa hanno in comune Enrico Mattei & Henry Ford? by Francisco Pacavira

Francisco Pacavira Bernardo

Come sapete, sto studiando la vita e le opere di Enrico Mattei, il visionario italiano che ha fondato l’ENI. Seguendo le sue orme mi sono trovato a leggere alcuni fatti eccellenti della vita di Henry Ford. Proprio lui, l’inventore della nota casa automobilistica americana Ford. Un’idea a caldo circa i punti di contatto tra le due personalità: tutto e due sono stati dei visionari invidiabili; i due sono stati degli incorreggibili ottimisti ed infine grandi leader.

Sia l’imprenditore e manager italiano, sia l’imprenditore e inventore americano, hanno lasciato per le presenti e future generazioni un ricco legato di saggezza e di esempi di vita. Mattei ha cambiato l’Italia, a suo modo. Ford ha cambiato l’America e l’Occidente in generale, a suo modo.

Di Ford, oggi vorrei condividere con voi una delle sue frasi di grande impatto, secondo la quale "Avere un'idea, è un'ottima cosa. Ma è ancora meglio sapere come portarla avanti". In questo momento di grandi difficoltà politiche, economiche e dunque lavorative, ogni buona iniziativa è benvenuta, ma la sostenibilità deve costituire il banco di prova. Per portare avanti nuove idee, ci vogliono nuove idee.

Scrittura Nera - Tutto Succede Per Una Ragione, by Francisco Pacavira

domenica 4 agosto 2013

RAZZISMO ATROCE | La Torino bene discrimina gli italiani di pelle scura 4Agosto2013

Il sonno della ragione genera mostri. Questa è la chiave di lettura ai crescenti fatti di razzismo in Italia, estate 2013. Aumentano i reati, ma non gli indagati. Se gli atti  di razzismo sono tuttora perseguibili per legge, come mai non scattano nemmeno le indagini? Ho una possibile risposta: la moltiplicazione di questi reati è proporzionale alla crescita del razzismo istituzionale. Da Calderoli in poi, tutto è diventato normale.
Contro la Ministra Cecile Kyenge, non trovo parole per descrivere l’ignobilità di certi atti razzisti messi in atto dalla Lega Nord. Ormai non hanno in senso del ridicolo, e così facendo si sdoganano i comportamenti più animalesche che ogni società umana porta in sé.
Dimostratemi il contrario. Fatemi capire dove sbaglio. Scrivetemi circa lo sbaglio interpretativo. Tutto sarebbe diverso se a partire della classe politica il razzismo fosse condannato, perseguito per legge. Sarebbe diverso se in primis i politici dessero l’esempio, si impegnassero di più nella costruzione di una società multietnica, più aperta, più democratica.
Vi riporto l’ultimo atto della crescente “Onda razzista” in Italia. Nessuna regione d’Italia si salva. Gli atti di razzismo si stanno incrementando dal Nord al Sud, tutto in silenzio. Questa volta è successo nella Torino bene.

Via FPB| #kambasFPB

Il silenzio della ragione, Pacavira

L'ultimo schiaffo a Francesca, torinese con la pelle scura. E' accaduto in un negozio di calzature di un grande centro commerciale. Ma non è un episodio isolato:è accaduto anche quando cercava casa

di OTTAVIA GIUSTETTI | La Repubblica

"Qui non c'è nulla per te, non importa se hai denaro per comprare ciò che io ti posso vendere. Non importa che il mio interesse sia vendere. Per il fatto che hai la pelle scura io non voglio avere nulla a che fare con te". Lei è Francesca, una donna di 33 anni, di origini indiane, adottata all'età di quattro da una famiglia italiana. Vive a Torino da 29 anni. Lavora in uno studio legale, ha abitudini, amici, look italianissimi. Eppure il senso della risposta che si è sentita dare in un negozio di un grande centro commerciale pochi giorni fa quando è entrata per scegliere un paio di scarpe è proprio questo. Un gesto scontato prima di partire per un viaggio: scegliere qualche indumento adatto alla gita. Per Francesca non è lo stesso. Non è sufficiente che parli perfettamente la lingua, non basta che abbia un viso grazioso e occhi scintillanti e puliti. Il colore della sua pelle, in qualche luogo, la rende ancora "diversa". LEI non se ne stupisce e dice "è una cosa con cui faccio i conti da sempre, tante volte ho esitato prima di entrare in un negozio e ho preferito aspettare di tornarci con mia madre, è un fatto evidente che quando sono sola il trattamento che ricevo è diverso". Il "sentimento razzista", quello che negli anni Sessanta a Torino teneva fuori dalle case e dai luoghi di lavoro gli immigrati dal Sud, è vivo più che mai.

Potrebbe quella donna del negozio di scarpe aver risposto che non aveva nulla da venderle per qualche altra ragione se non per il fatto che il colore della sua pelle è diverso? "Ho anche provato a immaginare una ragione alternativa  -  dice Francesca  -  ma certi toni e certi sguardi sono inconfondibili, è anche umiliante doverlo ammettere, ma non c'è equivoco possibile, sono sicura". Insieme con lei era nel negozio la sorella. "Passeggiavamo per i centro commerciale e ho visto in vetrina quelle scarpe un po' tecniche che potevano servirmi per le escursioni più impegnative, ho visto che c'era anche il mio numero tra quelli disponibili e così siamo entrate. Una signora di mezza età mi è venuta incontro e mi ha chiesto cosa desideravo, io ho risposto che cercavo un paio di scarpe e lei mi ha chiesto per chi fossero. 'Per me', ho detto. Allora lei ha risposto 'mi dispiace non abbiamo niente'. Non mi ha chiesto modello o numero, mi ha liquidata così, e ha aspettato che uscissi". Nella domanda: "per chi sono?" c'è il senso dell'intera faccenda.

Francesca non l'avrebbe mai raccontato se non fosse stato per un'amica che ha provato enorme vergogna nel sentire il resoconto di una simile follia. Francesca che è uscita senza dire una parola avrebbe messo l'episodio nel cassetto delle umiliazioni sopportate con rassegnazione, una delle tante. "Sì, ho pensato che avrei ripiegato su un grande magazzino di attrezzature sportive, almeno lì ti cerchi da sola ciò che ti serve, modello e numero di scarpe, e alla cassa ci vai solo per pagare". Una soluzione accettabile, se non fosse per la ragione che la impone. Se non fosse per il pensiero che è costretta a fare una ragazza indiana che subisce la violenza di essere tenuta "ai margini" perché il suo aspetto esteriore evoca origini lontane. Che ha denaro per comprare un oggetto che desidera ma per qualche motivo le viene negato il diritto di spenderlo.

Le scuole torinesi sono felicemente multietniche da anni, i bambini e i ragazzi vivono con estrema naturalezza il fatto di avere compagni africani o cinesi, o indiani. E' una delle ricchezze della città. Come è possibile, allora, che una testimonianza come quella di Francesca riporti l'immagine di una realtà così diversa? "In effetti se devo pensare a un periodo della vita in cui ho avvertito meno la sensazione della discriminazione sono stati proprio gli anni della scuola  -  racconta lei  -  i miei genitori adottivi mi hanno iscritta in una privata pensando che l'ambiente fosse più protetto e che corressi meno il rischio di incontrare umiliazioni. La città non era ancora meta di grande immigrazione dai Paesi extracomunitari, perciò temevano che mi potessi trovare in situazioni difficili. Invece è stato un periodo molto sereno. E devo ammettere che anche nella ricerca del lavoro mi sono sentita a tutti gli effetti una cittadina italiana: ho un contratto a tempo indeterminato in uno studio legale come segretaria e mi trovo benissimo".

Poi però si verificano fatti assurdi nelle circostanze più inaspettate. "La storia delle case non date è ancora vera, per esempio. Io ho fatto una fatica incredibile a comprare l'appartamento dove vivo. Abitavo con i miei genitori a San Salvario e mi piaceva l'idea di restarci anche perché lo consideravo uno dei quartieri più multietnici di Torino. Invece era impossibile convincere i proprietari che ero una cliente affidabile. Una volta, presente l'agente immobiliare, il padrone dopo avermi vista disse che lui non la vendeva la sua casa agli extracomunitari. Io avevo persino una lettera di referenze dagli avvocati dello studio, non ci fu nulla da fare". Alla fine anche per questo Francesca ha aggirato l'ostacolo. Con pazienza, attraverso il passaparola ha trovato una casa e un proprietario senza pregiudizi. Ma è come per le scarpe, in fondo. Esiste una ragione valida per cui la conquista di un diritto indiscutibile debba passare attraverso mille porte chiuse in faccia? "No, non esiste - dice Francesca e quella che risponde è una persona che si considera privilegiata rispetto alla maggior parte degli stranieri che arrivano qui per guadagnarsi da vivere -. Non so immaginare quali fatiche e umiliazioni siano quotidianamente costretti a subire".

(04 agosto 2013)

lunedì 15 luglio 2013

‪#‎RAZZISMO‬ LEGHISTA 2.0 | VARI GIORNALI BOCCIANO L'ITALIA, E LA BBC CONCLUDE CHE SI TRATTA DI UN ATTO SENZA MISURA

Con l'ennesima porcata ai danni della Ministra ‪#‎Kyenge‬, e di tutta la comunità straniera presente in Italia, la ‪#‎LegaNord‬ è tornata ad avere un minimo di visibilità. Pero', questa volta l'hanno fatta grossa e credo che le cose non finiranno così.
Una semplice domanda: con tanti problemi che l'Italia sta vivendo, tra cui la sparizione della famosa industria "made in Italy", il crescente gap tra fallimenti aziendali e nuove aperture, come mai costoro trovano tempo per farsi pubblicità ai danni del "Governo di Salvezza Nazionale"?
Ecco le vere domande:
1) Chi ha il dovere di rispondere a tono questi abusi razzisti?
2) Cosa intende fare il Movimento G2?
3) Il razzismo leghista è puro e vero, o non passa di pura pubblicità?

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giovedì 4 aprile 2013

L’uomo indebitato e il nuovo sistema feudale di Gad Lerner

Chi eserciterà il potere sulla nostra lacerata penisola, sempre meno essenziale negli equilibri mondiali, man mano che la ricchezza si sposta altrove? Davvero è pensabile che in futuro la nostra nazione periferica sia guidata da un iracondo professionista dello spettacolo, o torneremo piuttosto alla mediazione interessata dei podestà forestieri, come nei secoli lontani delle Signorie?
Consumato il mito dei tecnici. Divenuta senso comune l’impotenza della politica afflitta dai suoi tempi lunghi. Paralizzato il Parlamento in cui dovrebbe esprimersi la sovranità popolare. Ridimensionato perfino il Quirinale come ultima istanza capace di opporsi alla disgregazione. Ci s’interroga su quale principio d’autorità sia verosimile che regga nell’epoca storica del cittadino indebitato, l’ultima figura sociale generata dall’economia finanziaria che lo assoggetta comprimendone i consumi e anteponendo il mero bisogno ai diritti.
Qualcuno insiste a confidare nelle virtù punitive o salvifiche del dio mercato: sarà la Troika a commissariarci, se la classe politica italiana resterà imprigionata nel caos e se non bastasse l’iniezione di denaro della Bce di Mario Draghi. Ma anche questa rischia di essere solo l’ennesima forma di idolatria mascherata da razionalità. I mercati, finora indifferenti all’esito preoccupante delle nostre elezioni, paiono relegarci nella marginalità. Finché dura: siamo poco redditizi, la speculazione gira al largo, buona parte dei capitali stranieri sono già stati disinvestiti.
Succede così che la ricchezza ancora custodita nel nostro territorio, e i poteri che intorno ad essa si strutturano, stiano assumendo una conformazione irrigidita proprio come la politica. Il sistema italiano ricorda sempre meno un’economia di mercato alimentata dai redditi commerciali e d’impresa, cioè aperta. Il corso della storia non prevede la retromarcia, ma credo vada presa sul serio la diagnosi proposta dall’economista Luigino Bruni (“Le prime radici”, Il Margine) quando adombra il pericolo di una sorta di nuovo feudalesimo di ritorno:
“A distanza di qualche secolo stiamo tornando a una situazione molto, troppo simile a quella feudale, poiché il centro del sistema sta tornando a essere la rendita. E quando l’asse si sposta dal lavoro e dall’impresa alle rendite, l’arricchimento di alcuni non produce più vantaggi sociali per molti, perché sono molto ridotte, se non sono nulle, le ricadute di quella ‘ricchezza’ nei territori e nell’economia circostanti”. E ancora: “I nuovi ricchi non hanno più bisogno dei ‘poveri’ delle loro città, perché vivono in sub-città segregate, acquistano i beni in tutto il mondo, e pagano le tasse se e dove vogliono”.
Le conseguenze sociali di questa prevalenza della rendita in un’economia di mercato soffocata, sono già drammaticamente evidenti nella vita quotidiana dei molti che ne sono tagliati fuori. Meno chiare sono le ripercussioni sulla nostra democrazia di questo revival feudale.
Chi in Italia ha oggi la ventura di detenere il controllo di una nicchia di mercato o di territorio, ne trae un potere da rendita di posizione che si esercita anche nell’ambito delle pubbliche istituzioni. Il predominio a lungo esercitato dagli azionisti dell’Ilva sul territorio avvelenato di Taranto, se necessario corrompendo la classe politica locale; ma anche le forme paramafiose assunte dall’autonomismo siciliano nel corso degli anni; e ugualmente il rigido blocco nordista senza alternanza insediatosi al governo della Lombardia: sono esempi macroscopici, riprodotti innumerevoli volte su scala locale, di come la stessa politica approfitti dei blocchi di sistema per farsi rendita di posizione.
Nel feudalesimo di ritorno è naturale che politica ed economia tornino spesso a sovrapporsi, in deroga alle più elementari regole democratiche, fino a coincidere. Basti pensare ai potentati venutisi a determinare nei settori convenzionati: dalle infrastrutture ai trasporti alla sanità, fino al caso clamoroso delle frequenze televisive.
Rendite di posizione che hanno da tempo snaturato il mercato e che occupano più o meno vaste porzioni di territorio, a beneficio di veri e propri potentati.
Cosa c’entra tutto questo con il prolungarsi verso l’incognito della crisi, fino a prefigurare l’impossibilità di dare vita a un governo politico in grado di esercitare le sue funzioni?
A me sembra evidente. Una classe politica già per tre volte nominata dall’alto col Porcellum e poi rapidamente frantumatasi in fazioni locali o più di rado nazionali, non è risultata addomesticabile neanche dalla tecnofinanza globale, a sua volta in crisi per il fallimento dei suoi teoremi. Così la politica s’è fatta sempre più rancorosa non perché guidata da un eccesso di convinzioni morali, ma esattamente per il contrario: perché svuotata di contenuto morale e spirituale. Infeudata. E’ un docente di Harvard, il filosofo Michael J. Sandel, di cui Feltrinelli ha appena tradotto il saggio “Quello che i soldi non possono comprare”, a segnalarci come la logica di mercato nuoccia al nostro dibattito pubblico. Che il massimo della libertà sia stato fatto coincidere con la libertà di comprare tutto o quasi tutto, mercificando gran parte delle nostre relazioni, ha svuotato di argomentazione morale la vita pubblica. Il mercato si compiace di non giudicare i valori che non siano di natura materiale e chiede alla politica di fare altrettanto, fino a bandire l’idea di vita buona dal dibattito pubblico.
Così, se una politica sempre più rancorosa rinuncia alla passione morale espressa nei valori e nella spiritualità, perché dovremmo scandalizzarci di fronte al cittadino indebitato che torna servo della gleba?

Via|Gadlerner.it/

venerdì 18 maggio 2012

L’americanizzazione totale non può attendere. L’Italia tra nuovi “scandali”, “antipolitica” e saccheggio dello Stato

Gli italiani sono un popolo dalla memoria corta. Nel bene e nel male: dimostrano ingratitudine verso chi ha fatto loro sostanzialmente del bene (o meno male di altri…) e dimenticano alla svelta le “lezioni” ricevute.

Per carità, scordarsele per poter poi meglio tirare avanti senza deprimersi collettivamente, sarebbe di per sé un buon segno, ma in questo popolo vi è la radicata abitudine a non far tesoro di quanto ha già dovuto patire. Il problema è che spesso e volentieri dalle batoste del passato non ha imparato proprio nulla; anzi, poiché le ha interpretate così come ha voluto chi gliele ha date, ha finito per introiettarle proprio al contrario di come andava fatto.

È il caso, ad esempio, della stagione “moralizzatrice” andata sotto il nome di “Mani pulite”. Uno spettacolo dato in pasto al peggior popolino – compreso quello che si ritiene “acculturato” perché legge un quotidiano “progressista” – per inscenare un repulisti da cima a fondo che nella sostanza ha lasciato il sistema inalterato, peggiorandolo addirittura per molti aspetti che incidono nella vita di tutti noi.

Che poi a reclamare “pulizia” siano, esasperati a dovere da una pletora di “giustizieri”, proprio gli strati più infimi della popolazione, sia per censo che per cultura, è cosa sinceramente preoccupante, poiché con la “modernità” anche la proverbiale “onestà” dell’altrettanto proverbiale “persona umile” è andata a farsi friggere.

Oggi, il “popolo” è quanto di più greve ed abbrutito si possa concepire, infarcito com’è di messaggi ed abitudini capaci di traviare anche un beato. E senza il classico e sempre valido “timor di Dio”, anche la “morale” di cui molti si riempiono la bocca diventa un puro vaniloquio.

Per questo, sebbene Beppe Grillo abbia ragioni da vendere quando lancia i suoi strali contro “la casta”, vien poco da esaltarsi al pensiero di un “processo popolare” evocato dal capo del Movimento 5 stelle, col suo pubblico bello pronto con le corde e il sapone. “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”… bisogna sempre ricordarselo. Certo, è vero che alcuni – ricoprenti le cariche cosiddette “di responsabilità” – hanno la coscienza nera come la pece e fanno sinceramente ribrezzo anche solo a pensarli, ma non è che la maggioranza, che supinamente accetta stili di vita ed atteggiamenti mentali dettati dai dominanti, sia automaticamente con la coscienza immacolata.

Eh no, così è troppo comodo. Perché qua, in un certo senso, il più pulito c’ha la rogna. Va bene, non è bello rinfacciare alla massa – bombardata da messaggi fuorvianti – le sue cattive abitudini (riassumibili in tutta una serie di comportamenti volti a migliorare il proprio “tenore di vita”), come dire, “ve la siete cercata”, proprio mentre i più fragili, e talvolta oggettivamente rovinati, si stanno togliendo la vita; ma è anche vero che tutti, in una certa misura, si sono ‘compromessi’ con quest’andazzo, che finché ha garantito ricchi premi e cotillon è stato scambiato per “il migliore dei mondi possibili”, mentre ora, al momento che la nave affonda, si vorrebbe dare la colpa solo a qualche ‘schettino’, pulendo d’un colpo la coscienza a tutti gli altri che ballavano e gozzovigliavano senza mai porsi mezza domanda sul senso di una vita trascorsa nell’inconsapevolezza più scellerata.

E così, con buona probabilità, anche stavolta, tra una ridda di “scandali” (politici, bancari ecc.), andrà a finire che tutto cambierà perché nulla cambi. Nel senso che c’è il fondato rischio che a fronte di un crollo elettorale dei partiti della “Seconda repubblica”, massacrati e “depurati” – alcuni più degli altri (v. la Lega) – dalle solite “inchieste” ad orologeria, ci si ritrovi con una bolla d’aria in mano, con tanti saluti a chi s’illudeva di vivere un sostanziale ed epocale cambiamento.

“Cambiamento”: questa è la parola magica in democrazia, assieme a “riforme” e “nuovo”, ripetuti ossessivamente dalla propaganda, e dalla pubblicità, che della prima replica stili e finalità. E “cambiamento” avremo, né più né meno come ci fu spiattellato regolarmente, a pranzo e a cena, con il festival degli “avvisi di garanzia” dei primi anni Novanta.

Ma è poi forse cambiato qualcosa dopo quella sarabanda? Abbiamo avuto una classe politica migliore, più onesta e più “dalla parte della gente”? Suvvia, smettiamola di credere agli asini che volano. Per prima cosa, ogni nazione ha i capi che si merita, a maggior ragione se manco si rende conto di essere completamente asservita ad interessi che non sono i suoi. Secondariamente, in effetti qualcosa è cambiato, sì, ma decisamente in peggio.

L’Italia, dopo “Mani pulite”, si è trasformata a tappe forzate in una copia dell’America. E tutto è andato in quella direzione.

Intanto, falciando la classe politica del cosiddetto “Pentapartito”, sono scomparsi dalla scena anche gli ultimi statisti (uomini politici col senso dello Stato), e siamo rimasti solo con buffoni, nani e ballerine (e voglio ancora essere ottimista) smaniosi di prostituirsi senza dignità. A quel punto, il saccheggio dei beni dello Stato è risultato un gioco da ragazzi. Guarda caso, ogni volta, il tintinnio di manette e gli “scandali” vanno di pari passo con l’esigenza di “svendere” per “privatizzare”, sostenuta a tamburo battente da un’ossessiva e monotona grancassa mediatica mirata a screditare l’idea di “Stato” e di “pubblico”, come se questi fossero sinonimo di “malaffare”. Se lo ricordino, ogni tanto, gli avidi consumatori delle cronache di certi giornali “giustizialisti” e “forcaioli”… E, già che ci siamo, chissà perché, con un sincronismo sbalorditivo spuntano fuori sempre le “Brigate Rosse”, o “la Mafia”, a far fuori qualche personaggio scomodo, che resiste all’ennesima calata di braghe…

Vi è un’abbondante messe di materiale, sia su carta che su internet, per rendersi conto della vera e propria rapina ai danni della comunità nazionale andata in scena col festival della “moralizzazione” di vent’anni fa. E alla fine, poiché in Italia l’opposizione è inesistente, checché ne pensino quelli che ancora trovano gratificante atteggiarsi ad “anticonformisti” o “rivoluzionari”, buona parte di quelli che erano beni pubblici, pagati coi soldi frutto dei sacrifici di tutta la “gente normale”, sono stati svenduti a pochi pasciuti pescecani, che sono ancora lì, pronti a papparsi anche il grosso e succulento ‘secondo grande boccone’ del patrimonio dello Stato italiano.

Nello stesso torno di tempo, ci hanno messo la ‘camicia di forza’ del “Trattato di Maastricht”, con tutti i più feroci “moralizzatori” dell’epoca che erano anche i più ferventi “europeisti” (il Pds, La Rete…). Da quel giorno, il classico “Dio lo vuole!” è stato trasformato in “l’Europa ce lo chiede!”, per imbarcarci in un’assurda e controproducente ‘Crociata’ contro le “sovranità nazionali”. Non è forse l’Unione Europea l’apposita versione a noi imposta degli “Stati Uniti d’Europa”?

Non è tuttavia questa la sede per un’analisi puntuale e dettagliata di quanto è accaduto vent’anni fa, ma basta poco per rendersi conto di come, mentre il teatrino della “moralizzazione” viene periodicamente inscenato per placare gli umori di un “popolo” aizzato ad arte, siamo finiti per assomigliare sempre più all’America, senza nemmeno quegli elementi apprezzabili – sempre alla luce della “modernità”, beninteso – che vi si potrebbero individuare; perché quello è, volenti o nolenti, il modello al quale tutto il mondo deve appiattirsi affinché i signori del danaro e dell’usura possano coronare il sogno di trasformare l’uomo in un fantasma di se stesso, in balia del suo ego e, a quel punto, di tutti i farabutti intenzionati a tiranneggiare le vite del prossimo poiché a loro volta fanno torto a se stessi.

Procediamo dunque in ordine sparso e cominciamo con un “piatto forte”, visto che, come recita la Costituzione, la “Repubblica antifascista nata dalla Resistenza” è “fondata sul lavoro”. È decisamente triste innalzare al rango di ‘divinità laica’ quella che gli antichi hanno concepito e descritto solo come una “pena”, un male necessario (i “nobili”, non hanno mai “lavorato”, e un motivo ci sarà): per di più l’uomo “moderno”, lo vede come un “fattore della produzione”, al pari del “capitale” e dei macchinari, cosicché – con un apparente paradosso – quello che a parole viene reso un “valore assoluto” tanto che occupa l’art. 1 di una legge fondamentale dello Stato, nella pratica è sempre più privo di senso, perché il “senso” l’ha perso esattamente colui che lo esplica, l’uomo, che negando Dio non fa altro che negare se stesso, con la conseguenza che anche quelle che egli presenta come le sue più “elevate conquiste” son destinate ad un misero fallimento.

Ma che cos’è questo “mercato del lavoro” che rievoca più la tratta degli schiavi che una realtà in cui, avendo in vista la crescita morale e materiale della nazione, dovrebbero incontrarsi, in un clima di mutua collaborazione, le energie di tutti i “ceti produttori”? Siamo, insomma, al mercato delle vacche, sempre più magre, tra “flessibilità”, “mobilità” e “precariato”, tutte parole che evitano di pronunciare la parola “sfruttamento”. Lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo è difatti la regola nei rapporti di lavoro nella nostra nuova patria ideale, l’America, dove una massa di poveracci arranca per sopravvivere tra più lavori, “a tempo”, saltuari, a tutte le ore, con poche o nulle garanzie, mentre una minoranza – ben rimpinzata perché serve da sostegno del sistema – si sollazza tra stipendi da favola e privilegi che i comuni mortali possono solo sognarsi la notte. Chi ha buona memoria ricorderà come a partire da “Mani pulite” divenne all’ordine del giorno ripetere ossessivamente, da parte di gentaglia con posto ultrafisso e manna dal cielo garantita, che no, non si poteva più pensare al “lavoro sicuro”, ma si doveva entrare nell’ordine d’idee della “competitività”, della “mobilità”, come se ad un operaio o un impiegato normale fregasse qualcosa di queste “sfide dei mercati che la globalizzazione ci impone”.

Collegato a questo, ma non solo, vi è la creazione di una “società multietnica”, essenziale per trascinare verso il basso i livelli salariali e tutte le garanzie sin qui raggiunte. Che cosa di meglio che un surplus di “braccia” da impiegare a “buon mercato”, mentre una viscida e spudorata menzogna ripete che “gli italiani non vogliono più fare certi lavori”? Non a caso, è nella patria dello sfruttamento, l’America, nata sul sacrificio di milioni di schiavi deportati dall’Africa, che la “società multietnica” è stata concepita e realizzata. Una situazione – quella della “società multietnica” – che, in mancanza di un saldo legame che non può essere un vago “contratto sociale”, tra i vantaggi per gli sfruttatori offre anche quello dell’assenza di solidarietà tra chi, pur dibattendosi tra difficoltà condivise, non si unisce contro gli sfruttatori perché c’è qualcosa che, “a pelle”, impedisce – a parte alcune sporadiche eccezioni – di stabilire un legame capace di porre in essere una resistenza attiva ed organizzata. Per cui, la tanto decantata “lotta di classe”, diciamolo pure ai suoi fautori, non funziona proprio in una “società multietnica”…

Il risultato di questa “ricetta” è presto detto: la scomparsa del “ceto medio”, di quella fascia maggioritaria della popolazione, discretamente benestante dal punto di vista materiale, che è sempre stata un elemento fondante delle società europee sia negli anni dei Fascismi (Carta del Lavoro), ove questi si sono sviluppati, sia nel periodo della cosiddetta “socialdemocrazia” (Statuto dei Lavoratori). La direzione in cui invece marcia quest’Italia, sempre più invertebrata e senz’anima, è ben altra, purtroppo: una massa d’individui che s’arrabattano tra lavoretti e “contratti”, e un’élite di “manager” e “dirigenti” satolli fino agli occhi.

D’altra parte il “pericolo” di un “ceto medio” per Lorsignori è chiarissimo, perché su quello si regge una comunità nazionale sana e robusta, e per questo sono impegnati anima e corpo nel massacrarlo senza pietà taglieggiandolo in ogni modo e studiando sempre nuovi sistemi per rendergli la vita complicata.

Che dire inoltre della diffusione a pioggia di ipermercati, quasi tutti di catene straniere? È il modello del “mall”, quegli orribili agglomerati di negozi, ovunque tutti uguali, con la stessa merce, e “in franchising” perché le piccole attività a gestione familiare devono chiudere bottega (l’obiettivo è trasformare tutti in “dipendenti” di pochi enormi gruppi). All’ipermercato si va obbligatoriamente in macchina, perché c’è tanta, tanta merce con cui riempirsi il carrello. Addirittura è la viabilità stessa delle città ad essere modificata in funzione della presenza di questi “templi del consumismo”, e anche le feste comandate devono inchinarsi alla religione dell’acquisto compulsivo, dove il “libro sacro” viene sostituito dal depliant recapitato di continuo nella cassetta della posta (da un “multietnico” sfruttato per pochi soldi). E dove sono sorti per primi questi “centri commerciali”? In America, dove stanno aperti “24 ore su 24”, il che ci indica la fine che faranno anche qua i loro schiav… ops, volevo dire dipendenti. Facevo giusto caso al fatto che ultimamente, con il cosiddetto “governo tecnico” (leggasi: quello che deve fare il “lavoro sporco”), si è fatto un gran parlare di “liberalizzazione degli orari d’apertura”, e d’un tratto tutti i supermercati, anche quelli piccoli, e compresi  i “discount” (altra trovata americana per i “poveracci”), è stato istituito il “sempre aperto fino alle 21”, oppure quella giornata infrasettimanale in cui il locale era chiuso al pubblico adesso è stata ridotta a mezza giornata.

Non parliamo poi della diffusione capillare del gioco d’azzardo. Fino alla svolta epocale verificatasi nei primi anni Novanta, si contavano – e per i miei gusti erano già troppi – estrazioni del Lotto, Superenalotto, Totip, Totocalcio e qualche lotteria. Dagli anni Novanta s’è rotto ogni freno inibitorio:  lotterie ogni mese, sale bingo al posto della tombolata in famiglia, gratta e vinci dal tabaccaio, sale scommesse su tutto e tutti che, se prima erano mezze nascoste, frequentate solo da individui patologici, adesso si vorrebbe spacciare per luoghi in cui trascorrere un allegra giornata all’insegna dell’ipocrita “gioca poco e gioca sicuro”. E non è forse l’americana Las Vegas la città simbolo del gioco d’azzardo? Tremo al solo pensiero che anche qua vogliano costruire un obbrobrio simile…

Il cinema, poi, da passatempo ameno per famiglie, coppiette, militari in libera uscita  e intellettualoidi che si fracassano le meningi con film bulgari con sottotitoli in cirillico, s’è trasformato in un tempio dell’immaginario: i “multisala” che proiettano pellicole in cui il contenuto svanisce di fronte alle “emozioni” (occhiali tridimensionali, suono assordante ecc.) sono dei complessi integrati in cui si va ad istupidirsi dell’altro, come se tutto il resto non bastasse, mentre ci s’ingozza con secchiate di “popcorn”.

Sono riusciti addirittura a modificare anche i gusti per le automobili. Fatta salva la follia dell’abuso dell’auto, dall’utilitaria, o la sportiva, o, per chi ne aveva l’esigenza, la “familiare”, si è passati al “suv”, il simbolo dell’arroganza e della protervia di chi per il solo fatto di spaparanzarsi su un “macchinone” crede di avere sempre “ragione” sentendosi in diritto di sfracellare impunemente il malcapitato di turno che non s’è ancora dotato di un ‘gippone’ che non ha alcun senso su strade che non sono quelle dritte, larghe e desolate dei film americani “on the road”. Tra parentesi, anche l’ossessione sui “limiti di velocità” (autovelox, “patente a punti”ecc.), oltre che a fare “cassa”, serve a ridurre il cittadino in uno stato di servaggio che in ogni momento lo può mandare rovinato, come se si trattasse di un “criminale”.

Un campo in cui la trasformazione è stata evidentissima a partire dai primi anni Novanta è poi quello militare. A cosa è servito abolire la “leva”? Apparentemente ad eliminare un “anacronismo”, per molti vissuto come una vera seccatura. Ma in realtà la “riforma” delle Forze Armate serviva a chi aveva tutto l’interesse a mandare in giro per il mondo delle ‘truppe cammellate’  con la scusa delle “missioni di pace”, che un po’ alla volta – esauritasi la patetica finzione – si sono trasformate in partecipazione entusiastica e convinta alle guerre della Nato. Ne vedremo delle belle, in Siria e Libano. Non c’è bisogno di essere un fine “geopolitico” per capire che un miliardo di euro l’anno per presidiare una regione dell’Afghanistan, in attesa di chissà quale condizione affinché si debba far ritorno a casa, non ha alcun senso se non quello di alleggerire le spese allo Zio Sam, che da solo non ce la fa più a stare dietro a tutti i fronti che ha aperto con la cosiddetta “guerra al terrorismo”. Ed ora pensiamo a qual è la situazione negli Stati Uniti… esiste la coscrizione obbligatoria? Certo che no, perché lì quella del “militare” è una professione, e lo stesso dev’essere qua, salvo poi coinvolgere emotivamente “la nazione” ogni volta che qualcuno ci lascia le penne, come se si trattasse di un povero ragazzo strappato a forza dalle braccia della mamma, mentre invece trattasi di persone che sanno benissimo cosa vanno a fare e a quali rischi vanno incontro. Non per questo non si deve provare umana pietà per chi muore (e magari qualche volta, anche per le vittime locali…), ma la grande questione inevasa è: che cosa diavolo ci stiamo a fare, con mezzi e uomini in armi, ai quattro angoli del pianeta? Quando senti dire che “c’è la crisi” e allegramente si spendono cifre da capogiro per presidiare, ufficialmente, un ’fortino’ o un ‘ospedale’, c’è qualcosa che non torna.

Ma veniamo ad un altro “piatto forte”… La scuola pubblica è in uno stato comatoso.  Ovvio che chi può evita di mandarci i figli a perdere tempo. In una logica ineluttabile, finisce così che nelle scuole un tempo fiore all’occhiello dell’educazione nazionale finiscono solo i figli degli sfigati, in classi “multietniche” dove sarà già un successo se alla fine della quinta elementare si sarà appreso almeno a leggere e scrivere. Il fenomeno dei “bulletti” va di pari passo con il degrado sociale, così anche nelle scuole, in specie nelle “professionali”, tra non molto i docenti dovranno entrare armati se vorranno essere rispettati. Ai rampolli della società “bene”, invece, si apriranno le porte di università che costeranno cifre sbalorditive, e un primo assaggio di questo “elitismo” crasso e volgare lo si ebbe, nei primi anni Novanta, con l’innalzamento da 300.000 lire per tutti (fatti salvi gli esoneri “per merito” e per i “meno abbienti”) alle odierne cifre proibitive, con la scusa degli “scaglioni di reddito”, sbandierati dai soliti “paladini della gente”. Tutta una cinematografia per ragazzi, ambientata nei vari “college”, ha fatto il resto, alimentando il pregiudizio per cui la nostra fosse un’educazione “noiosa” mentre in America è tutto un “divertimento”, compreso l’immancabile momento in cui il belloccio di turno fa il cascamorto con una “ragazza pon pon” davanti agli armadietti del corridoio.

La scuola è effettivamente un osservatorio privilegiato per giudicare il livello di degrado dell’Italia odierna. Si tratta infatti di un microcosmo in cui sono compendiati tutti i difetti dell’attuale società, composta di individui smaniosi di “modernizzarsi”. Se a scuola si hanno “debiti”, e non più “insufficienze”, logico che ci si prepari ad un futuro da indebitati perennemente.

Gli americani sono in effetti un popolo di schiavi delle banche. Le prime “carte di credito” non sono forse arrivate dall’America? E a cosa sono servite, quelle e le “vendite a rate”, esplose dagli anni Novanta di pari passo con la diffusione degli ipermercati con annesso mega-parcheggio? Il risultato è che anche le nostre città, ormai, ad ogni angolo hanno “sportelli bancari” e filiali di “finanziarie” che con una retorica bugiarda inneggiano, nei loro cartelloni, ad “affidarsi” a loro per “coronare i tuoi sogni”, dare “solidità al tuo futuro”. Lo stesso dicasi per il dominio sempre più incontrastato delle “assicurazioni”.

In America ti devi “assicurare” su tutto, e non è infatti casuale il fatto che, nei film polizieschi, ci scappi il morto perché un parente spera di intascare il “premio dell’assicurazione”. Non hai la polizza? Non vieni curato: ed è il destino che attende anche noialtri, se non ci si rende conto di che cosa nascondono gli assalti “moralizzatori” contro la “sanità” di questa o quella Regione o certe trasmissioni “di denuncia” che, mostrando anche degli oggettivi sprechi e disservizi, veicolano l’idea che “pubblico” è sinonimo di “marcio”, con l’unica alternativa, pronta come i canini del vampiro, che resta quella della “sanità privata”, mentre i “poveracci” senza polizza verranno ammassati in qualche ‘lazzaretto’. Il tutto si nutre dell’insicurezza insita in chi non si “affida” più al suo Creatore – ciò dev’esser chiaro – ma siccome la fede non la si può dare per legge, che almeno si comprenda che l’abuso delle “assicurazioni” fa leva su una “insicurezza” agitata ad arte ed instillata in tutti noi attraverso un apparato comunicazionale ed “educativo”, nonché, esistenzialmente, tramite un “modo di vita” che rende di fatto “precaria” l’esistenza in quegli aspetti che almeno gli esperimenti “socialisti” avevano avuto il merito di organizzare in maniera più consona alla dignità umana. Uno spazzino è sempre uno spazzino, anche se lo chiami “operatore ecologico”, ma di sicuro preferirà un posto sicuro, comunale, piuttosto che un degradante incarico nell’organico di qualche “cooperativa di servizi”.

L’industria della pubblicità, ovvero l’arte di presentare le cose per come non sono, opera ad un livello di sofisticazione mai visto prima, in maniera onnipervasiva ad un punto tale che senza “raccolta pubblicitaria” nessuna trasmissione televisiva merita più di essere proposta ad un pubblico progressivamente istupiditosi a livelli preoccupanti. Il film di prima serata non prevedeva alcuna interruzione: poi, un giorno, dissero che tra primo e secondo tempo c’era da sopportare un po’ di pubblicità, e da quel momento, sulla spinta di “tv commerciali” che se proprio dobbiamo sopportare la televisione sarebbe meglio non esistessero, è stato un bombardamento di reclame a tutte le ore, e in tutti i modi, dalle sovraimpressioni ai “bip”, compresa la trasformazione di artisti in “piazzisti” nel più deprimente stile delle “televendite” introdotte sempre dai suddetti canali privati. Quando la pubblicità invade ogni angolo di strada, viene appiccicata dappertutto e uno sportivo viene ridotto ad un’insegna deambulante si ha l’impressione, non lontana dal vero, che tutto ruoti intorno al celebre “produci, consuma, crepa”. Ricordo bene le magliette delle squadre di calcio italiane, ancora senza pubblicità, mentre quelle dei paesi più “avanzati” erano già sponsorizzate, per tacere di quelle del “soccer” lanciato in America, più adatte al carnevale che ad un’attività intrisa ancora di alcuni “valori” qual era lo sport, prima che anch’esso si riducesse ad una passerella di “vip” sempre più bizzosi e adusi ai “colpi di testa” tipici delle “star” del cinema. Si pensi alla serietà di uno Zoff, di uno Scirea (che sembravano “vecchi” quando erano giovani!), e la si confronti con la sbruffoneria di queste sottospecie di gladiatori tutti tatuati, il cui principale motivo di celebrità sono i contratti milionari e le “veline” che riescono ad abbordare.

Si potrebbe andare avanti per ore con l’elenco dei cambiamenti, in senso “americano” e dunque “moderno”, avvenuti in Italia negli ultimi vent’anni. Ad esempio l’insicurezza, specie in alcune zone e in determinate ore, nelle città italiane. E ora la caccia a chi non fa lo scontrino o non è “a norma”, come tanti piccoli Al Capone, che, com’è ripetuto per rafforzare il mito dell’America “legge e ordine”, fu arrestato per… evasione fiscale.

Ma questa non voleva essere una rassegna completa, bensì una riflessione su quello che è accaduto all’Italia e agli italiani a partire dai primi anni Novanta, quando all’insegna della “moralizzazione” è stata impressa un’accelerazione al processo di trasformazione in senso “americano” e “moderno”.

Epperò il progetto di modellarci ad immagine e somiglianza dell’America non è ancora concluso, anche a causa di qualche ‘incidente di percorso’, ma soprattutto perché non si può somministrare una cura da cavallo senza che il ‘paziente’ non abbia una crisi di rigetto, quindi è bene non dare troppo “nell’occhio”, anche se obiettivamente il ‘gioco’ è ormai apertamente smaccato.

Ora, con la nuova ondata di “antipolitica” e tutta la letteratura contro “la casta”, e le “inchieste” che prima o poi dovevano ripartire, l’obiettivo è il completamento di un disegno realizzato in parte vent’anni or sono. La polemica sul “finanziamento pubblico dei partiti”, se proprio vogliamo tenerci i partiti (al sottoscritto non interessano affatto), va anch’essa nella direzione dell’America, dove vige il finanziamento privato (che non è quello degli “internauti” che donano dieci dollari a testa, sia chiaro), escludendo quindi ogni possibilità di visibilità e di operatività ad un partito che non persegua l’interesse dei potentati dell’industria e della finanza, delle “lobby”, manco a farlo apposta citate come garanzia di “trasparenza” dai tirapiedi dell’America messi nei giornali e nelle tv “autorevoli” a “fabbricare le opinioni”…

Ora, non c’è dubbio che tutta questa situazione destabilizzante di cui abbiamo tratteggiato solo alcuni aspetti, non può che condurre alla follia vera e propria, individuale e collettiva. Ecco perché in America dilagano gli stati depressivi e sono all’ordine del giorno le cosiddette “stragi della follia”, in cui un “pazzo” entra in un supermercato o in una scuola e fa una strage.

Ricordo nitidamente la sensazione angosciante che ebbi quando, nei primi anni Novanta, venni a sapere della prima di questo tipo di stragi qui da noi. Che non hanno nulla a che vedere con i “delitti” che da sempre occupano la “cronaca nera” a beneficio di un pubblico dalla curiosità morbosa. Stavolta è diverso, e la cosa mette i brividi.

Mi dissi: “Ecco un altro regalino dall’America…”. Si parte con le stragi in famiglia, ed è ‘normale’, perché all’inizio un essere disperato se la prende con le persone che gli sono più a portata di mano e che identifica come la “causa dei suoi mali”. Certamente non può aiutare un andazzo in cui la famiglia viene sempre più strapazzata e, perciò, svilita, a vantaggio di “nuove forme di convivenza” (sic). Il passaggio successivo è la strage di sconosciuti, paradossalmente più difficile da compiere, ma per la quale, noto, ci stiamo attrezzando anche qua… E la cosa che in simili occasioni solitamente lascia perplessi è constatare che il “pazzo” di turno non era poi il classico “scemo del villaggio”, che notoriamente non ha mai fatto male a nessuno.

Il significato di tutto ciò è molto evidente, in particolare da quando è emerso in tutta la sua devastante portata il fenomeno, socialmente rilevante, delle depressioni e delle nevrastenie, pudicamente chiamati “disturbi dell’umore” e significativamente descritti come “malattie dell’anima”, che in America hanno fatto la loro prima comparsa. La cosiddetta “civiltà moderna”, di cui l’America è solo la punta avanzata, è l’esatta inversione, parodistica, di una “civiltà tradizionale”, con una sua ‘sacralità’ al contrario, perciò l’amaro calice della riduzione di questa umanità ad un branco di scimmie procederà inesorabilmente, e solo chi saprà “risvegliarsi”, riportando in sé l’ordine, potrà farla franca quando questa umanità avrà esaurito le sue possibilità. Le nazioni, una per una, vengono a trovarsi progressivamente nella medesima condizione, e quale leva prioritaria si usa il veicolo dell’americanizzazione sotto le parole d’ordine vacue e suadenti della “libertà”, della “democrazia” e dei “diritti umani”. Tutti, un po’ per volta, devono ridursi ad una copia dell’America, imitandola in tutto e per tutto, finendo per snaturarsi e dimenticare chi sono, da dove provengono e dove devono fare ritorno. L’Italia e gli italiani non fanno eccezione, perché pare che ad ogni puntata di questa ‘discesa agli Inferi’, sebbene tutto sia piuttosto agevole da comprendere e decifrare grazie anche alle esperienze pregresse, non si riesce ad invertire la direzione. È come se, una volta ammorbati da questa “modernità” sbarcata assieme ai Marines, ed oggi diffusa a piene mani dalla “cultura globale”, pian piano tutto deperisse e si corrompesse, in una specie di tremendo sortilegio che rende uomini potenzialmente vigorosi simili a degli invertebrati.

Certamente la tendenza alla decadenza è vecchia come l’uomo, ma i segnali più devastanti – dopo avvisaglie preoccupanti registrate già in Europa – si sono palesati da quando è stata la “scoperta” l’America. È come se le ultime barriere che tenevano a freno lo scatenamento di forze terribili fossero cadute. Lo s’intuisce nitidamente proprio da questo crollo psicologico dell’uomo “moderno”. Dove arriva l’americanizzazione, gli esseri umani sono sempre più instabili, fragili, in preda alle loro “emozioni”, che anziché essere addomesticate vengono incoraggiate e “liberate” con una faciloneria che lascia stupefatti. In una sola parola, i “moderni” rimangono senza “protezione”.

E una cosa rinsalda l’altra, così, deregolamentare gli orari di lavoro, diffondere incertezza sul futuro, minare i legami naturali a favore di quelli “ideologici”, creare un ambiente minaccioso e gravido di insidie, insomma, imporre una “tabella di marcia” come quella che sotto le insegne della nuova campagna di “scandali” e di moralizzazione”, e che per sommi capi abbiamo riassunto, non può che generare persone sempre più in balia delle onde, di se stessi, di quell’illusorio “io” su cui fa presa ogni aspetto della “vita moderna”.

Come porre rimedio?

Quando piove a dirotto, non si evita di bagnarsi passando tra una goccia e l’altra… Bisogna cercare un riparo sicuro, che è cosa diversa da un ombrellino comprato al mercato. È la stessa cosa per il diluvio d’influenze nefaste che promanano dall’America: serve una “protezione” per non finire depresso o nevrastenico, una specie di “zombie”.

Tutto concorre a farci dimenticare chi siamo? Bisogna rispondere con un costante “ricordo”…

Non servono invece ordinari mezzi “politici”. Quelli hanno fatto il loro tempo, anche i più “innovativi”, traducendosi di regola in cocenti delusioni perché vi hanno parte uomini che non sono “in ordine” e che perciò anteporranno il loro ego alla funzione da svolgere. Per quanto riguarda la sfera del “politico”, c’è da dire solo una cosa e il resto è fuffa: servono dei capi, dei condottieri, non utopistiche “democrazie dal basso”, “partecipazione”, “nuove sintesi” eccetera con cui si cerca di allungare il brodo dell’agonia dell’Italia, degli italiani e di quest’umanità che sta facendo, più o meno, la medesima fine. Se s’impara la lezione della storia, anche i più incalliti fautori delle “ideologie” non posso disconoscere il fatto che per tentare di metterle in pratica c’è stato bisogno di uomini fuori dall’ordinario, altrimenti si finisce per credere ai miracoli del “proceduralismo”, come se gli uomini fossero un mero superfluo accessorio. Anche nelle storie dei Profeti ricorrono, all’inizio, quelle pie figure che erano “in attesa”, “ricordando”… Di questo hanno paura i burattinai dell’usura e dello sfruttamento. Di chi sguaina la spada per primo, di chi galvanizza gli altri, che a quel punto si ricordano che sono dei leoni e non delle pecore smarrite.

Per questo educano tutti quanti, sin da bambini, a rigettare, col ricatto della “dittatura”, l’idea di un capo, ammantandola di ridicolo (“il salvatore della Patria”, “l’unto dal Signore” ecc.), affinché nessuno ci pensi più e tutti ci si abitui al regno della mediocrità e del malaffare che ne deriva, al dominio dei peggiori e non dei migliori. Sanno bene che un ardente desiderio, un senso di attesa collettivo, alla fine produce il risultato sperato, perché chi chiede ottiene risposta, dall’Alto. È un po’ come dire che l’attesa messianica produce, al momento giusto, il “Messia”. È sempre accaduto. “Attesa” e “Ricordo”, stare preparati…

www.europeanphoenix.net

domenica 1 aprile 2012

Italia 2012: Ci stanno ammazzando?

Ieri un uomo si è dato fuoco nel parcheggio della Commissione tributaria, in via Paolo Nanni Costa, nella periferia ovest di Bologna. Era in debito con il fisco e voleva farla finita. A Giuseppe C., muratore di cinquantotto anni, erano stati contestati tributi non pagati e i suoi ricorsi alla commissione erano stati respinti, l’ultimo proprio di recente. L’uomo ha tentato di uccidersi incendiando la sua auto verso le otto di mattina.

C’è restato finché ha resistito e poi è corso fuori; sembrava una torcia umana. Diversi sono stati i biglietti scritti a mano (trovati dai vigili del fuoco all’interno della sua macchina) per spiegare il suo gesto. “Ho sempre pagato le tasse, poco ma sempre. Quello che ho fatto l’ho fatto in buona fede. Lasciate in pace mia moglie, lei è una brava donna. Vi chiedo perdono anche a voi” ha scritto riferendosi alla Commissione tributaria. A Roma, un altro caso: un uomo di quarantanove anni si è gettato dal balcone della sua abitazione perché disoccupato.

Questi tragici episodi sono in aumento e sono un sintomo evidente di come la crisi economica colpisce pesantemente la maggior parte delle famiglie e soprattutto le classi sociali più povere. Secondo le stime riportate dal Servizio Prevenzione del Suicidio dell’ospedale romano Sant’Andrea, il “fattore economico” ha pesato (sugli oltre 4000 suicidi complessivi in un anno) per oltre un terzo. Lo psichiatra Maurizio Pompili, che ha riportato queste stime, ha dichiarato:“Purtroppo questi dati non ci sorprendono, nella storia è un fenomeno già visto. Ci fu un boom di suicidi nel 1870, dopo una grande crisi e l’aumento del prezzo del pane”.

Intanto mentre qui si muore perché si è stremati dai debiti, Mr. Monti riscuote successi all’estero con i media di massa italiani ed internazionali che continuano l’elogio del “quanto è bravo il premier” fino allo sfinimento.....

“I giovani devono abituarsi all’idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita. E poi, diciamolo, che monotonia. E’ bello cambiare e accettare delle sfide”, queste parole di Mr. Goldman Sachs & co., ancora rimbombano pesantemente sui giovani (e meno giovani) che ogni giorno devono combattere per mantenere un lavoro sempre più incerto e precario.

Viviamo in un Paese sopraffatto dall’incertezza del futuro e chi prova a rialzarsi, viene represso a suon di bastonate democratiche. Proprio come è successo pochi giorni fa agli operai dell’Alcoa, manganellati mentre gridavano una sacrosanta verità: “un operaio, una famiglia”.

Già, una famiglia, quell’angolo di mondo tranquillo (o turbolento) all’interno del quale ciascuno sa di “contare qualcosa” anche quando all’esterno è solamente una risorsa umana da spremere come un limone fintanto che ha qualcosa da dare, per poi diventare una buccia, un peso, un rifiuto organico da “smaltire” e nulla più. Quella “casa” sicura (o meno) dove l’uomo economico, atomizzato nel suo ruolo di competitor solitario, corridore del progresso, condannato ad arrivare “primo” in una corsa truccata dove tutti sono ultimi, può tornare la sera. Accovacciarsi in posizione fetale e tentare di suggere qualche goccia di umanità e carpire uno scampolo di sentimento, di emozione, di vita. I figli, il coniuge, i genitori, quelle poche briciole di mondo che ancora hanno un nome ed un valore che prescinda dalla loro produttività. I “tuoi cari”, la tua isola felice (o infelice) che sta sgretolandosi ogni giorno di più, fagocitata dal progresso che per te ha in serbo altri programmi, volti a renderti assai più efficiente e produttivo.

L’ondata di suicidi del 1870 cui fa riferimento lo psichiatra Pompili, per giustificare il suo mancato stupore nei confronti di quelli di oggi, in realtà fu il risultato di quello stravolgimento economico e sociale meglio conosciuto come rivoluzione industriale e non solamente di un aumento incontrollato del prezzo del pane. La famiglia allargata che viveva in larga parte di autoproduzione e manteneva forti rapporti umani, all’interno di una comunità fortemente coesa, iniziò a morire, ammazzata dal lavoro salariato in fabbrica, dalle città maleodoranti, dall’incapacità dei suoi membri, diventati individui, di sopravvivere economicamente con lo “stipendio”, laddove fino a qualche anno prima vivevano con un certo agio all’interno di un sistema dove la presenza del denaro non era immanente e si rendeva necessaria solo in quegli ambiti dove l’autoproduzione, lo scambio ed il dono (e quanto altro garantito dallo spirito di comunità) non si manifestavano sufficienti. La famiglia, nella sua forma primigenia stava morendo e con lei si suicidarono molti dei suoi membri, riluttanti a diventare criceti, nella gabbia di un mondo che più non gli apparteneva. Come la mancanza di pane non fu l’unico elemento scatenante dell’ondata di suicidi della seconda metà dell’800, così la disoccupazione, l’usura di stato e il cinismo sprezzante di un governo di banchieri subumani non è l’unica causa dell’ondata odierna.

Anche oggi, come allora, quel che resta della famiglia sta morendo, ammazzata dai sacerdoti della crescita e del progresso che vedono in essa un ostacolo all’atomizzazione dell’individuo merce, deputato a sostituire l’essere umano. La mancanza di lavoro, comunque temporaneo e mal retribuito, è il cavallo di Troia attraverso il quale praticare l’eutanasia di qualunque legame famigliare ed amicale possieda l’individuo, fino a renderlo solo, acquiescente, malleabile e funzionale agli interessi della macchina economica. Per inseguire il miraggio di un lavoro che non c’è, i coniugi si adeguano a turni massacranti che pur condividendo la stessa casa li costringono di fatto a non incontrarsi più fra loro e con i figli per intere settimane. Per inseguire la speranza di lavoro, sempre più persone cadono vittima di un pendolarismo massacrante che li rende veri e propri zombie in ambito famigliare. Mentre altri si trasferiscono a centinaia di km di distanza dalla propria famiglia, per mantenere un posto di lavoro che sta sfuggendo e comunque a breve sfuggirà.

E quel che resta delle famiglie, diventa ogni giorno di più un luogo alieno, mero ricettacolo di frustrazioni personali, dove alcuni individui condividono spazi comuni, continuando a vivere la propria individualità, fatta di paura, sensazione di inadeguatezza e mancanza di qualsiasi prospettiva per il futuro.
Su questo retroterra di pesante demolizione di ogni rapporto sociale che prescinda dall’economia, sta crescendo l’ondata di suicidi che abbiamo iniziato a sperimentare e con tutta probabilità si acuirà nel prossimo futuro, di pari passo con il sempre più accentuato ridimensionamento delle prospettive occupazionali e la progressiva eutanasia della famiglia, dello stato nazione e della comunità.

Solamente un secolo fa la scala valoriale usata per misurare le persone era ancora incentrata sulle sue qualità morali. Il coraggioso e il vigliacco, il ladro e l’onesto, l’uomo d’onore e la spia, l’uomo “di cuore” ed il cinico e così via.

Oggi l’unica scala valoriale universalmente accettata è quella economica. Il vincente ed il perdente, l’uomo (o la donna) di successo e quello che non ne ha mai avuto, l’uomo che può mantenere agiatamente la propria famiglia e quello che la campa a fatica, la persona che lavora e quella che è disoccupata. L’uomo che possiede beni economici che gli garantiscono di acquistare affetti e sentimenti e quello cui questi beni economici vengono meno e teme di perdere (se non li ha già persi) i sentimenti e gli affetti che possedeva e troppo spesso ritiene che una corda o una latta di benzina rappresentino l’unica soluzione. In fondo potrebbero anche esserlo, se destinati agli umanoidi che hanno creato questa situazione.

Marco Cedolin e Fabio Polese | Agenzia Stampa Italia

martedì 22 novembre 2011

“Cittadinanza ai ragazzi nati o cresciuti in Italia”, una opportunità per il paese!

Di qualche giorno fa orami  l'incontro di Napolitano con una rappresentanza di giovani nati o cresciuti in Italia, con genitori di origine straniera. Non era la prima volta se non sbaglio, ma ha avuto un diverso impatto sull'opinione pubblica, o comunque se ne è parlato di più. Credo che la novità sia stata che nell' incontro il Presidente Napolitano abbia messo l'accento con forza su come essi siano portatori di una ricchezza  più profonda di quanto numeri o statistiche possano rilevare. Credo poi che la maggiore attenzione discenda anche dalla tempistica scelta. Non credo sia un caso aver voluto incontrare queste ragazze e ragazzi  in una fase tanto delicata nella vita politica ed economica del Paese.  La scelta del momento e il taglio innovativo dato nell’approcciare la questione le ha assegnato una forte centralità nell’agenda politica .

Sicuramente è da apprezzare il taglio che ha evitato una lettura solamente quantitativa del fenomeno migratorio,  preferendo invece parlare di come questi giovani “contribuiscano all’energia vitale” che rende più forte il nostro Paese. Considerandoli   in primis un arricchimento sotto il profilo culturale e sociale. Non solo una risorsa ma una opportunità da coltivare. Importanti  per dinamizzare la nostra società e renderla più coesa . Positivo anche che si sia evitato l’equivoco di parlare solo di immigrazione a ragazzi che si sentono italiani . Saggiamente il Presidente ha invece  affrontato la grande questione della nuova società italiana che essi rappresentano e di come da essi si debba ripartire per dare prospettiva e serenità all’Italia. Una grande nazione come la nostra deve tornare a considerare i propri giovani  cittadini  la priorità. Una risorsa indispensabile su cui investire per valorizzarne le potenzialità e i talenti , troppo spesso mortificati dalle condizioni famigliari o da situazioni che nulla hanno a che fare con le loro capacità e meriti.

Forte e chiara è stata l’esortazione alla politica affinché si faccia carico di rimuovere questi ostacoli affinché anche il figlio di una donna delle pulizie possa aspirare a diventare Presidente dell’organismo di controllo della Borsa, come fu per Guido Rossi. Il merito come strumento di affermazione  anche per i tanti giovani artisti, scrittori, ricercatori di origine straniera che quotidianamente rendono più ricca la cultura italiana, innovandola e  aprendola a nuove influenze. In questa ottica va colta la citazione fatta dal Presidente nell’accenno a un brano della scrittrice italo somala  Igiaba Scego,  recentemente premiata con il prestigioso premio Mondello per la letteratura italiana. Essa rappresenta una sintesi  naturale di questo mix di culture e identità ed è al momento stesso esempio di una trasformazione nella società italiana già in corso da anni ma che stenta a essere narrata nella sua normalità. A volte nel tentativo di raccontare questa trasformazione si scelgono “scorciatoie”. Si  prendono  a simbolo alcuni famosi sportivi, in altri casi invece si utilizza un approccio riduttivo e avvilente, che pur con intenti condivisibili, presenta i migranti e i loro figli soprattutto per la loro indiscutibile utilità  al sistema economico, quasi fossero “un male necessario”. Non basta ! Non è cosi che si può pensare di costruire  il senso di appartenenza a una comunità. Dovremo invece riprendere  a raccontare di queste persone anche a partire dal contributo che quotidianamente danno nelle scuole, nella musica, nel cinema , in letteratura o nelle professioni.  Dire come siano ormai parte fondamentale di quella “energia vitale” che ha reso l’Italia un paese amato e apprezzato in tutto il mondo per il suo patrimonio artistico e culturale. Patrimonio che ieri come oggi   si arricchisce dall’incontro di popoli e culture.

Questa implicita esortazione fatta dalla più alta carica dello Stato alla politica, non è più eludibile. Questo ci dice il grande applauso con cui  piazza San Giovanni ha accolto il passaggio di Bersani sulla necessità di riconoscere la cittadinanza a quei ragazzi nati o cresciuti in Italia ci dice questo. Averlo poi  ribadito anche in occasione della dichiarazione di voto per la fiducia a Monti è un segnale importante di attenzione e comprensione di quella esortazione.

I tempi sono quindi   maturi per riconoscere a questi “nuovi italiani” la cittadinanza e la possibilità di votare alle elezioni amministrative come già accade diffusamente in Europa, con l’obiettivo di costruire una convivenza civile basata su una effettiva reciprocità di diritti e doveri. Idee che nella campagna L’ITALIA SONO ANCH’IO hanno trovato forma e concretezza nelle due proposte di Legge di iniziativa popolare a sostegno delle quali  il Forum immigrazione del PD ha raccolto migliaia in tutta Italia. Una mobilitazione che è una opportunità da cogliere per incontrare centinaia di migliaia di nostri concittadini a cui raccontare una Italia nuova che già esiste ma che spesso è ignorata.

Di Marco Pacciotti

martedì 11 ottobre 2011

Perché gli italiani non si ribellano: “perché la grande maggioranza delle persone non sa la verità.”

di Marco Travaglio

All'estero se lo chiedono tutti. ma la risposta è semplice: perché la grande maggioranza delle persone non sa la verità. Essendo informata da un sistema televisivo che rifila loro una balla dopo l'altra. Ah, a proposito: si chiama regime

(10 ottobre 2011)

Ad Anne Wintour, direttrice di "Vogue", che si domanda cosa aspettino gli italiani a ribellarsi, qualcuno dovrebbe spiegare quante notizie arrivano alla gran parte degli italiani: poche e perlopiù taroccate. Anni fa Giovanni Sartori spiegò che l'Italia è "un regime" perché "nelle democrazie le bugie hanno le gambe corte", mentre qui, con il controllo politico sull'informazione che conta, "hanno gambe lunghissime". C'è solo l'imbarazzo della scelta.
Fiumi di parole e di inchiostro per stigmatizzare lo scandalo delle "100 mila intercettazioni" dell'inchiesta di Bari sulle escort del duo Tarantini&Berlusconi. "Cose da pazzi, e il Csm zitto", tuona Angelo Panebianco sul "Corriere". Persino il cardinale Angelo Bagnasco, per indorare l'anatema contro i "comportamenti licenziosi" del premier, denuncia "l'ingente mole di strumenti d'indagine". E tutti a ripetere a pappagallo quella cifra astronomica senza prendersi la briga di verificarla. Bene, sapete quante sono le persone intercettate per mesi dalla Guardia di Finanza di Bari nell'inchiesta sul mega-giro di prostituzione, cocaina e tangenti messo in piedi da Tarantini? Quindici, diconsi 15.
Centomila sono i "contatti" complessivi: cioè le telefonate e gli sms in arrivo e in partenza dalle numerose utenze fisse e cellulari dei 15. Più le conversazioni captate dalle "ambientali" (le cimici) in abitazioni, automobili, uffici: ogni volta che una persona presente nel luogo "ascoltato" inizia a parlare, si conta un contatto; poi segue il silenzio, rotto da una nuova frase che costituisce un altro contatto. Così, per mesi e mesi, si arriva al totale di 100 mila. Altro che "cose da pazzi" e "ingente mole".
Altro scandalo: Minzolini indagato per non avere reintegrato Tiziana Ferrario. Lui strepita nel solito editoriale: "Mi vogliono intimidire". "Il Giornale" spara: "Chi difende il Cav deve pagare. Indagano pure il Tg1". E "Libero", a ruota: "Lo attaccano per aver cacciato la Ferrario". Poi si scopre che Minzolini è indagato perché la Ferrario ha vinto la causa in primo e in secondo grado per il demansionamento subìto "per motivi politici", il giudice ha ordinato a Minzolini di reintegrarla al suo posto e Minzolini se n'è infischiato. Purtroppo in Italia, come in ogni Stato di diritto, disobbedire a una sentenza esecutiva è reato: abuso d'ufficio e inosservanza dell'ordine del giudice.

Altra bufala: tutti i giornali, fuorviati da un lancio farlocco di agenzia, annunciano che l'8 novembre inizierà alla Corte d'appello di Caltanissetta il processo di revisione per Bruno Contrada, condannato in Cassazione a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Esultano Contrada, il suo avvocato e il solito coro di trombettieri. Peccato che non sia vero niente: all'udienza dell'8 novembre la Corte deciderà solo se ammettere o respingere l'ennesima richiesta di revisione (dopo che altre due erano finite nel nulla).
Ultima patacca: secondo 50 scienziati e quasi tutta la stampa italiana, il processo iniziato all'Aquila contro i membri della commissione Grandi Rischi della Protezione civile, accusati di omicidio colposo plurimo per i morti del terremoto del 2009, sarebbe una follia e una grave violazione della libertà scientifica. Perché, ripetono tutti a pappagallo, "i terremoti non si possono prevedere", dunque non ha senso processare chi non previde il sisma dell'Aquila. Già, ma i cervelloni della Grandi Fiaschi sono imputati per avere previsto che non ci sarebbe stato alcun terremoto, rassicurando la popolazione che fino a quel giorno, in sei mesi di sciame sismico, a ogni scossa scendeva in strada e dormiva all'addiaccio, mentre dopo le rassicurazioni dei Bertolaso Boys molti si tranquillizzarono e ripresero a dormire a casa, dove li colse la scossa fatale del 6 aprile, e in 309 morirono sotto le macerie.
Basta un pizzico di logica per comprendere che, se non si può prevedere che un terremoto ci sarà, non si può nemmeno prevedere che non ci sarà: chi lo fece, il 31 marzo 2009, diffuse notizie fasulle. L'esatto contrario di ciò che dovrebbe fare uno scienziato serio. Lo scrive, in uno splendido articolo su "Nature" ripreso da "Internazionale", il giornalista inglese Stephen S. Hall. Anche se conosce poco l'Italia. O forse proprio per questo.

Via | Espresso

giovedì 11 agosto 2011

Che ridere: Tripoli è calma mentre Londra è in fiamme!

FONTE: Black Star News

Non è ironico che, mentre le strade di Tripoli rimangono tranquille, le strade di Londra, la capitale di una delle principali potenze imperialiste coinvolte nella guerra d’aggressione in Libia, è avvolta dalle fiamme?

Per il terzo giorno di fila, le proteste violente a Londra sono proseguite, e si stanno diffondendo ovunque, a Birmingham, a Liverpool, a Manchester e Bristol, dopo l’uccisione da parte della polizia di un uomo di 29 anni in quello che i media mainstream definiscono come "una zona di bassi stipendi etnicamente diversificata."
In altre parole, qualcuno di un quartiere dove sia la disoccupazione che la repressione della polizia sono molto elevate.

Invece di concentrarsi sulle sue sventure interne, la Gran Bretagna in difficoltà economica è tuttora coinvolta nella guerra libica per la conquista del petrolio. È una guerra lanciata dallo stravagante presidente francese Nicholas Sarkozy, su richiesta del suo amico Bernard-Henri Levy, che credeva fosse una guerra “chic” e di tendenza che avrebbe fatto sentire di nuovo importante la Francia. Sarkozy non ha informato neppure il suo ministro degli Esteri quando prese la decisione di invadere la Libia, consentendo a Levy di avere un potere simile a Dio e di determinare la vita e la morte in Libia.

Nel frattempo, gli Stati Uniti, che sono anche loro nel mezzo della peggiore crisi finanziaria ed economica della memoria recente ancora ostinatamente si rifiutano di appoggiare il piano di pace dell’Unione Africana. Questo piano, sostenuto da quasi ogni nazione africana, pretende un “cessate il fuoco”, una negoziazione per la costituzione e le elezioni democratiche che riguardino tutti i partiti e i cittadini libici.

Allo stesso tempo, i “ribelli” di Sarkozy a Benghazi si stanno divorando l’uno con l’altro. I “ribelli” di Sarkozy hanno di recente ucciso il generale Abdel Fattah Younes, il loro comandante militare. Il suo corpo crivellato di colpi è stato bruciato e gettato nelle strade di Benghazi, assieme ai cadaveri di due alti ufficiali. Proprio oggi, i “ribelli” di Sarkozy hanno disciolto il loro governo a Benghazi. Le accuse e le contro-accuse volano tra le varie fazioni "ribelli", tra cui al-Qaeda e il Fronte Combattente Islamico, con i sostenitori del generale Younes che gridano vendetta per il suo assassinio.

Sono questi i cosiddetti "democratici libici " che stavano per vincere il controllo grazie a Washington dei 30 miliardi di beni libici congelate negli Stati Uniti? Questi gruppi eterogenei evidentemente stanno andando ognuno per conto proprio.

E anche le credenziali anti-democratiche dei "ribelli" erano stato ben mascherate dai media tanto adattabili, compresi il New York Times, laCNN e la BBC. Questi media di regime, ragazze pom-pon della guerra della NATO, hanno ignorato la decapitazione dei Libici Neri e dei lavoratori migrati da altre nazioni africane da parte dei "ribelli" e la pulizia etnica dei Libici Neri a Misurata da un’unità “ribelle" chiamata "la Brigata per la Purga degli Schiavi e della Gente di Colore", come riportato dal Wall Street Journal il 21 giugno. Ci sono resoconti di fosse comuni che sono state scavate a Benghazi; non vengono menzionate nel Times, alla CNN o alla BBC.

Ma la propaganda può solo demistificare fino a un certo punto.

Ironicamente, l’omicidio del generale Younes è avvenuto il giorno stesso in cui il Regno Unito ha stupidamente "riconosciuto" questi assassini dei Libici Neri come i "legittimi" rappresentanti di tutta la Libia. La decisione del Regno Unito è stata seguita da iniziative analoghe della Francia, Italia e Stati Uniti.

Non importa che la maggioranza dei libici, che vivono nella parte occidentale del paese, compreso il milione e mezzo che abita a Tripoli, non ha dato alcuna indicazione di volere veder trionfare i "ribelli" di Sarkozy. Al contrario, più di un milione di persone hanno dimostrato a Tripoli per denunciare i "ribelli" di Sarkozy e per sostenere il governo.

Ci potrebbe essere una lezione che i dirigenti britannici potrebbero apprendere dalla distruzione nelle strade di Londra; una storia che serva da ammonimento contro le spudorate intromissioni negli affari di altri stati sovrani.

Immaginate se la Libia fosse ora nella posizione di consegnare le armi ai "ribelli" di Londra; la Francia ha violato la Risoluzione 1970 delle Nazioni Unite e ha sganciato armi letali sulla Libia occidentale, provocando un bagno di sangue.

Immaginate se la Libia fosse nella condizione di inviare addestratori militari nel Regno Unito per addestrare i "ribelli" a Londra; sia la Francia che il Regno Unito hanno inviato dozzine di “consiglieri” militari a Benghazi per addestrare i "ribelli" di Sarkozy.

Immaginatevi se la Libia potesse fornire rifugio ai "dirigenti" dei "ribelli" londinesi e invitasse altre nazioni per creare un "Gruppo di Contatto" che si riunisca a cadenze regolari per monitorare i progressi della “ribellione” di Londra e per impegnarsi nei finanziamenti.

Immaginatevi se la Libia avesse la possibilità per ottenere dall’Unione Africana un contributo in aerei da combattimento da una forza UA che cominciassero a bombardare Londra il numero 10 di Downing Street per poter "proteggere i cittadini britannici" con l’uso di "qualsiasi mezzo necessario" che sia stato autorizzato dall’Unione Africana.

Immaginatevi se un’orda di giornalisti a favore dei “ribelli" da tutto il mondo calasse su Londra e riportasse "notizie" a favore solo della posizione dei "ribelli" mentre mette in ridicolo o solleva dubbi sulle dichiarazioni che vengono dalle fonti ufficiali del Regno Unito e di Londra, quelle del Primo Ministro David Cameron e dei funzionari della Polizia.

Le lezioni vanno oltre Londra.

Le economie degli the Stati Uniti e dell’Europa occidentale dovranno lottare le disgrazie finanziarie e l’instabilità dei mercati per un lungo periodo; alcuni paesi non riusciranno mai a recuperare la loro posizione nell’economia mondiale. Abbinate tutto questo a riduzioni pesanti per le attività di governo, comprese le forze di polizia, e ai tagli ai programmi sociali e pensionistici per affrontare i passivi di bilancio, ci sono forti possibilità di rivolte sociali ben maggiori.

In questi scenari, e Londra è solo l’inizio, è assurdo che la NATO continui a bombardare la Libia per conto di una "ribellione" al collasso mentre le strade di un paese membro della NATO e forse anche altri sono avvolte nelle fiamme.

Il piano dell’Unione Africana offre una risoluzione pacifica al conflitto libico.

"Dire il Vero per Farsi Forza."

Nota dell’editore: La Millions March di Harlem per opporsi alla guerra in Libia si terrà il 13 agosto alle 10 a.m., partirà dalla 110esima Strada incrocio Malcolm X Blvd. (Lennox Ave). Il Ministro della Nazione dell’Islam Louis Farrakhan sarà l’oratore.

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Fonte: Very Ironic: Tripoli Calm While Londra Burns

09.08.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

martedì 14 giugno 2011

Libia/Guerra senza fine: L’ipocrisia dei pacifisti italiani e cittadini benpensanti (Rassegna)

E sul sito dell'Aeronautica Militare Italiana, la missione non compare tra le ''Operazioni internazionali''

In Libia continuano i raid - anche italiani - ma nessuno ne parla. Né si trova più mezzo pacifista disposto a manifestare contro la guerra portata nel Paese di Gheddafi. Improvvisamente sono sparite le bandiere arcobaleno, i vari Alex Zanotelli, i cori, le fotine con la bandiera "dei ribelli" dalle iconcine di Facebook. Tutti si sono girati dall'altra parte.

Il mandato dell'Onu, l'ombrello della Nato e un misto di ipocrisia e buonismo deve aver convinto media e cittadini che in fondo qualche bomba possiamo pure sganciarla anche noi. Gli unici a fare ancora un po' di cagnara sono quelli della Lega. Ma non per amore del popolo di Gheddafi - no - quanto per le conseguenze sull'immigrazione clandestina.

Le bombe della "coalizione", intanto, proseguono a tartassare Tripoli e le forze lealiste. Qualche volta hanno sbagliato e la segnalazione di civili massacrati dal "fuoco amico" - quello giustificato dalla risoluzione 1973 votata dalle Nazioni Unite - è giunta fino in Europa e verrà esaminata. Anche qui, non c'è stato mezzo pacifista disposto a scendere in strada nel nome della pace. La Libia pare ormai sia stata abbandonata dai più al proprio destino. Al pari della Siria, dove ogni giorno si registrano stragi, i profughi scappano ma nessun pacifista muove un dito davanti ad alcuna ambasciata o consolato siriano. Quello che c'è stato - sporadicissimo rispetto alle manifestazioni cui siamo stati abituati - è stato ben poca cosa. Briciole.

D'accordo - mi si ribatterà - c'erano i referendum. Il nucleare, l'acqua pubblica, il legittimo impedimento. Giusto. Ma di fatto la Libia ormai se la sono dimenticata tutti. A tal punto che non ci si accorge nemmeno che sul sito dell'Aeronautica Militare Italiana non compare da tempo nemmeno una notizia sulle attività dei nostri piloti nei cieli di Tripoli. C'è solo un comunicato che racconta il tipo di armamento usato e sottotitolato "Il potere aerospaziale", quasi si trattasse di un videogioco. La guerra in Libia non compare nemmeno sotto l'elenco delle "Operazioni Internazionali" (ci sono invece Iraq e Afghanistan), come se non si stesse svolgendo. Che fanno i nostri piloti? Bombardano? Come? Dove? Quando? E soprattutto: chi? Tutte domande dimenticate da cittadini e popolo arcobaleno che non pretendono più risposte dalle istituzioni: in Libia stiamo combattendo una guerra ma non ci pensiamo più.

E per elencare altre ipocrisie - internazionali questa volta - l'Occidente dovrebbe intervenire inSiria, in Iran, in Darfur, in Yemen, in Somalia...giusto per citarne alcune. Sarebbero anche queste guerre giuste. L'impressione, invece, è che si sia scelto il più "debole", capace di mettere tutti d'accordo in breve tempo e senza troppe difficoltà.

Per non parlare dei tradimenti: Berlusconi era amico di Gheddafi mentre la campagna elettorale di Sarkozy - il primo a far sganciare le bombe sulla Libia - era stata sovvenzionata proprio dal rais.

Il tutto per tacer dei nostri interessi economici: le solerti bombe francesi hanno di fatto interrotto - o fortemente limitato - le attività petrolifere nostrane nella zona. Non una parola da Berlusconi, non una protesta da Frattini che pure è il Ministro degli Esteri. E gli italiani? Per sollievo del Governo, pare adesso pensino ad altro.

Di Emilio Fabio Torsello – Diritto di critica

martedì 24 maggio 2011

Thomas Sankara sulla democrazia e contro la corruzione

«La partecipazione e il controllo popolare sono la miglior garanzia contro la corruzione» (Thomas Sankara)