mercoledì 23 febbraio 2011

Oriana Fallaci 1979: Intervista con Colonnello Gheddafi, “Hitler e Mussolini sfruttavano le masse”

Pubblichiamo una sintesi dell’intervista al colonnello Gheddafi realizzata da Oriana Fallaci e uscita sul «Corriere della Sera» il 2 dicembre 1979. Il testo è tratto dalla seconda parte della conversazione, in cui Gheddafi si soffermava sulla sua politica e rispondeva alle accuse di appoggio al terrorismo che gli venivano rivolte. La prima parte riguardava invece la crisi degli ostaggi americani fatti prigionieri dagli iraniani nell’ambasciata degli Stati Uniti a Teheran, perché il colonnello libico si era offerto all’epoca per un’opera di mediazione. Sulla base degli appunti di quello stesso incontro con Gheddafi, la Fallaci pubblicò un’altra intervista sul «Corriere» il 20 aprile 1986, poco dopo il bombardamento di Tripoli da parte americana

Colonnello, ho l'impressione che il suo odio per l'America e per gli ebrei sia in realtà odio per l'Occidente. Proprio come nel caso di Khomeini. Si rende conto che di questo passo si torna indietro di mille anni, si ricomincia con Saladino e le Crociate?

«Sì e la colpa è vostra: degli americani, dell'Occidente. Anche allora fu vostra, dell'Occidente. Siete sempre voi che ci massacrate. Ieri come oggi».

Ma chi vi massacra, oggi, dove?
«Fu la Libia a invadere l'Italia o fu l'Italia a invadere la Libia? Ci aggredite ora come allora. In altro modo, con altri sistemi e cioè sostenendo Israele, opponendovi all'unità araba e alle nostre rivoluzioni, guardando in cagnesco l'Islam, dandoci dei fanatici. Abbiamo avuto fin troppa pazienza con voi, abbiamo sopportato fin troppo a lungo le vostre provocazioni. Se non fossimo stati saggi, saremmo entrati mille volte in guerra con voi. Non l'abbiamo fatto perché pensiamo che l'uso della forza sia l'ultimo mezzo per sopravvivere e perché noi siamo sempre dalla parte della civiltà. Del resto, nel Medioevo, siamo stati noi a civilizzarvi. Eravate poveri barbari, creature primitive e selvagge...».

...e piangevamo invocando la luce della sua civiltà.

«Sì, la luce della nostra civiltà. La scienza di cui ora gioite è quella che vi abbiamo insegnato noi, la medicina con cui vi curate è quella che vi abbiamo dato noi. E così l'astronomia che sapete, e la matematica, la letteratura, l'arte...».

Davvero?!?

«Sì, perfino la vostra religione viene dall'Oriente. Cristo non era romano».

Era ebreo. Questa è una gaffe. Colonnello, che ne pensa delle Brigate rosse?

«Penso... penso che questi fenomeni dell'Occidente siano il risultato della società capitalistica, movimenti che esprimono il rifiuto di una società da abbattere. Questo sia che si chiamino Brigate rosse sia che si chiamino hippies o Beatles o Figli di Dio. E sebbene sia contro i sequestri di persona come contro il dirottamento degli aerei, non voglio interferire con quello che fanno».

Vedo. Ma non risponde all'accusa di aiutare le Brigate rosse.

«Si tratta di propaganda sionista, una propaganda che risale al periodo in cui il mondo non ci capiva ed eravamo ancora una repubblica. Ora siamo una Jamahiriya, cioè un congresso del popolo e...».

Ma che c'entra la Jamahiriya! Riformulo la domanda: Colonnello, da dove arrivano le armi sovietiche che puntualmente vengono trovate in possesso dei brigatisti e dei loro associati? Non sarà che una parte delle armi da lei fornite ai palestinesi si spostano altrove?

(Cercando le parole) «Ciò... ciò... ciò che lei dice non mi farà esitare un attimo dall'aiutare i palestinesi».

Colonnello, non cambi le carte in tavola per cortesia. E segua il mio ragionamento: supponiamo che lei, in buona fede, consegni le armi ai palestinesi i quali le forniscono di rimando alle Br...

«Non siamo responsabili dell'uso che può essere fatto delle armi che diamo ai palestinesi. Noi le diamo ai palestinesi perché crediamo nella loro causa e riteniamo doveroso aiutarli. Quel che succede dopo non mi riguarda. Se devo essere condannato indirettamente, preferisco le accuse dirette. Ma non ci sono prove».

Forse ci sono indizi. Eccone uno. Pochi giorni prima dell'assassinio di Moro lei offrì il suo intervento per salvargli la vita. Se non ha, non aveva contatti con le Brigate rosse, come poteva dirsi in grado di salvargli la vita?

«Dissi alle autorità italiane che se avevano bisogno di una cooperazione da parte nostra, noi eravamo pronti. Se fossimo stati in contatto con le Brigate rosse gli avremmo salvato senz'altro la vita perché Moro era nostro amico, era sostenitore della causa araba».

E va bene, passiamo a un altro argomento. Colonnello, ma come fa a essere così comprensivo coi terroristi, giudicarli fenomeno di una società da abbattere e poi mantenere ottimi rapporti con gli esponenti più rappresentativi di quella società da abbattere? A parte gli affari che fa con gli americani, pensi a quelli che fa con Gianni Agnelli.

«Gianni chi?».

Gianni Agnelli. Il presidente della Fiat.

«La Fiat? La mia azienda, my company!»

Sì, la sua azienda, la sua company. La Fiat. Agnelli.

«Non lo conosco».

Non conosce Agnelli, il suo socio?!?

«No, non è affar mio conoscerlo. È una faccenda che riguarda i miei funzionari, gli impiegati della mia banca. La Lybian Foreign Bank».

Davvero lei non sa chi è Agnelli, il suo socio?

«No, non lo so».

Mai visto la sua fotografia? Mai udito il suo nome?

«Mai. Non mi interessa, non mi riguarda. Ho altre cose da fare, io, che conoscere i nomi dei miei soci o della gente che appartiene al mondo delle banche».

Ma, a parte finanziare il terrorismo mondiale, che ne fa di tutti quei soldi che guadagna col petrolio?

«Ho già detto...».

Sì, ha già detto che l'accusa non è suffragata da prove. Quindi chiedo scusa e mi correggo: che ne fa di tutti quei soldi, a parte i miliardi che impiega alla Fiat e i terreni che compra e i regali a Malta?

«Noi non compriamo terreni, facciamo investimenti in certi Paesi attraverso la nostra banca estera. Investimenti commerciali. Quanto a Malta è un Paese amico perché è un Paese liberato e neutrale e quei soldi non li diamo al governo di Malta: li diamo al popolo di Malta affinché allarghi il campo della libertà e della neutralità. Del resto non siamo mica soltanto noi libici ad aiutare Malta. Tanti altri aiutano Malta».

E va bene, parliamo della rivoluzione. Ma cosa intende per rivoluzione? Come non mi stancherò mai di ricordare, anche Papadopulos parlava di rivoluzione. Anche Pinochet. Anche Mussolini.

«La rivoluzione è quando le masse fanno la rivoluzione. La rivoluzione popolare. Ma anche se la rivoluzione la fanno gli altri a nome delle masse esprimendo ciò che vogliono le masse, può essere rivoluzione. Popolare perché ha l'appoggio delle masse e interpreta la volontà delle masse».

Ma quello che avvenne in Libia nel settembre del 1969 non fu mica una rivoluzione: fu un colpo di Stato. Sì o no?

«Sì, però dopo divenne rivoluzione. Io ho fatto il colpo di Stato e i lavoratori hanno fatto la rivoluzione: occupando le fabbriche, diventando soci anziché salariati, eliminando l'amministrazione monarchica e formando i comitati popolari, insomma liberandosi da soli. E lo stesso hanno fatto gli studenti, sicché oggi in Libia conta il popolo e basta».

Davvero? Allora perché ovunque posi gli occhi vedo soltanto il suo ritratto, la sua fotografia?

«Io che c'entro? È il popolo che vuole così. Io che posso fare per impedirglielo?».

Beh, proibisce tante cose, non fa che proibire, figuriamoci se non può proibire questo culto della sua persona. Per esempio, questo inneggiarla ogni momento alla televisione.

«Io che posso farci?».

Nulla. È che da bambina vedevo la stessa roba per Mussolini.

«Ha detto la medesima cosa a Khomeini».

È vero. Ricorro sempre a quel paragone quando intervisto qualcuno che mi ricorda Mussolini.

«Gli ha detto che le masse sostenevano anche Mussolini e Hitler».

È vero.

«Si tratta di un'accusa essenziale. E richiede una risposta essenziale. Questa: lei non capisce la differenza che c'è tra me e loro, tra Khomeini e loro. Hitler e Mussolini sfruttavano l'appoggio delle masse per governare il popolo, noi rivoluzionari invece beneficiamo dell'appoggio delle masse per aiutare il popolo a diventar capace di governarsi da solo.
«Io in particolare non faccio che appellarmi alle masse perché si governino da sole. Dico al mio popolo: "Se mi amate, ascoltatemi. E governatevi da soli". Per questo mi amano: perché, al contrario di Hitler che diceva farò-tutto-per-voi, io dico fate-le-cose-da voi».

Colonnello, visto che non si considera un dittatore, nemmeno un presidente, nemmeno un ministro, mi spieghi: ma lei che incarico ha? Che cos'è?

«Sono il leader della rivoluzione. Ah, come si vede che non ha letto il mio Libro Verde!».

Sì che l'ho letto, invece! Non ci vuole mica tanto. Un quarto d'ora al massimo: è così piccino. Il mio portacipria è più grande del suo libretto verde.

«Lei parla come Sadat. Lui dice che sta sul palmo di una mano».

Ci sta. Dica: e quanto ci ha messo a scriverlo?

«Molti anni. Prima di trovare la soluzione definitiva ho dovuto meditare molto sulla storia dell'umanità, sui conflitti del passato e del presente».

Davvero? E com'è giunto alla conclusione che la democrazia è un sistema dittatoriale, il Parlamento è un'impostura, le elezioni un imbroglio? Vi sono cose che non mi tornano in quel libriccino.

«Perché non lo ha studiato bene, non ha cercato di capire cos'è la Jamahiriya. Lei deve sistemarsi qui in Libia e studiare come funziona un Paese dove non c'è governo né Parlamento né rappresentanza né scioperi e tutto è Jamahiriya».

Che vuol dire?

«Comando del popolo, congresso del popolo. Lei è proprio ignorante».

E l'opposizione dov'è?

«Che opposizione? Che c'entra l'opposizione? Quando tutti fanno parte del congresso del popolo, che bisogno c'è dell'opposizione? Opposizione a cosa? L'opposizione si fa al governo! Se il governo scompare e il popolo si governa da solo, a chi deve opporsi: a quello che non c'è?».

Oriana Fallaci/Corriere della Sera

Prezzo metalli preziosi 2011: Oro stabile a 1.400 $, argento +7% al top marzo 1980

Roma - La crisi libica continua a sostenere i prezzi dei beni rifugio, considerati un approdo sicuro in presenza di tensioni geopolitiche ed anche in relazione al rialzo dei prezzi del petrolio (Brent a 106 dollari, top dei 29 mesi) che alimentano le aspettative inflazionistiche.

Le quotazioni future dell'oro si mantengono sui 1.400 dollari all'oncia, circa 32 dollari al di sotto del massimo storico toccato nella prima settimana di dicembre dello scorso anno. Al galoppo l'argento scambiato a 33,095 dollari l'oncia in rialzo del 7%, i prezzi viaggiano sui massimi dal 7 marzo 1980, anche allora si sommarono tensioni geopolitiche, la crisi degli ostaggi statunitensi in Iran e il secondo shock petrolifero: erano i tempi dell'iperinflazione.

Libia/Fiat: Romiti, Gueddafi entrò dopo ok Cia e Bankitalia

Cesare_Romiti_Libia_nella_fiat_gueddafi_nella_finanza_italiana Roma - "Venivano a Torino, partecipavano ai consigli, guardavano i bilanci e se ne andavano. Quando poi uscirono, nell'86, misurarono il loro affare: la Fiat era rinata, la Libia aveva guadagnato. E parecchio". Così Cesare Romiti, ex amministratore delegato del Lingotto, ricorda in un'intervista al Corriere della sera i dieci anni di rapporti con i libici in qualità di azionisti del gruppo. L'ingresso della Libia, spiega Romiti, è avvenuto dopo "lunghissime trattative, quasi due anni".

Dopo i primi segnali da Tripoli, ricorda, l'avvocato Agnelli "informò Bush senior, che allora era alla guida della Cia: ne ricevette una serie di raccomandazioni e il via libera. Poi, insieme andammo da Carlo Azeglio Ciampi: e ricevemmo la benedizione anche del Governatore della Banca d'Italia".

Così avvenne l'ingresso nell'azionariato della finanziaria Lafico, con due consiglieri che, precisa Romiti, "si sono sempre comportati come banchieri svizzeri". Con un'eccezione, e cioè quando i consiglieri libici nel Cda Fiat, dopo l'incidente di Ustica e la scoperta di un Mig libico caduto sulla Sila, fecero sapere che "dovevano recuperare i resti dell'aereo. E ci chiedevano una mano". Quanto alla situazione attuale, per Romiti la relazione fra Italia e Libia "ha certamente ecceduto i limiti dei rapporti tra due Stati", mentre sul futuro del paese dopo la rivolta, conclude Romiti, "forse sarà più facile imboccare la strada della democrazia".

Con Dowjones, Edz E24

lunedì 21 febbraio 2011

Libia nel caos total: In fiamme sede del governo e Tv di Stato a Tripoli

Mideast_Libya_Protests.sff.libia_nel-caos-Gueddafi_e_scapatto Tripoli, 21 feb - E' caos in Libia. A Tripoli la situazione sta peggiorando di minuto in minuto. I manifestanti hanno dato alle fiamme la sede centrale del governo a Tripoli e altre sedi istituzionali. Anche la tv di Stato e diverse stazioni di polizia sono state prese di mira e incendiate. Secondo il giornalista libico Nazar Ahmed, questa mattina la polizia e la sicurezza libica è completamente assente dal centro della capitale. Per questo i manifestanti hanno potuto assaltare oltre alla sede del governo e alla tv pubblica, anche altri uffici pubblici cittadini in particolare nella zona di al-Azizia. Secondo un testimone contattato dalla tv 'al-Jazeera' sono in fiamme anche le sedi governative che si trovano nella piazza 'al-Shuhada' della capitale.

Secondo 'al-Arabiya', la sede dell'emittente di stato è stata razziata. Secondo il sito informativo libico 'al-Manara', bande armate stanno circolando per il quartiere di al-Azizia a Tripoli, dove si trova la sede della tv pubblica e diversi palazzi istituzionali, oltre alla residenza del Colonnello. Queste bande starebbero assaltando e razziando gli uffici pubblici, approfittando dell'assenza della polizia. Gruppi armati hanno anche attaccato la caserma di al-Baraim, che dista 10 chilometri dal centro di Tripoli.

La Libia è a rischio guerra civile. Così nella notte, in un messaggio lanciato alla nazione alla tv, si è espresso Saif al Islam, il figlio di Muammar Gheddafi che - secondo al Jazeera', avrebbe lasciato il Paese. ''Siamo a un bivio - ha detto il figlio del Colonnello - la guerra civile tra le tribù con decine di migliaia di morti. Oppure l'avvio di un dialogo nazionale già da domani, in 48 ore".

Nel discorso Saif al Islam ha assicurato invece che il padre è in Libia, che ''non è un leader come Ben Ali o Mubarak'', ed è sostenuto dall'esercito. Ammette che le forze di sicurezza hanno commesso ''errori'' nel loro intervento contro la folla di manifestanti, perché, ha detto, non sono state addestrate a questo genere di operazioni, ma smentisce che siano state uccise oltre 200 persone a Bengasi nella violenta repressione delle proteste, cosi' come denunciato da fonti mediche e dell'opposizione. ''Combatteremo fino all'ultimo, fino all'ultima pallottola'', ha dichiarato, precisando che oggi si riunirà il Parlamento per discutere un ''chiaro'' programma di riforme e l'aumento dei salari. ''Dovremo definire una costituzione per il Paese'', ha aggiunto. Il Paese precipiterà in una situazione ''più grave di quella dell'Iraq'' se prosegue la violenza, ha ammonito, denunciando la presenza di ''elementi stranieri'' nel Paese, e di un piano per stabilire un ''emirato islamico'' in Libia.

Sempre a Tripoli 18 lavoratori asiatici sono rimasti feriti negli scontri registrati nella notte, dove un gruppo di rivoltosi armati ha attaccato un cantiere di una società della Corea del Sud. Lo ha riferito l'agenzia d'informazione 'Yonhap', citando un comunicato del ministero degli Esteri di Seul.

Mentre a Bengasi si terrà a breve una nuova manifestazione antigovernativa. Lo ha riferito un attivista libico in collegamento con la tv araba 'al-Jazeera', precisando che oggi nella città si terranno i funerali delle vittime degli scontri avvenuti ieri nei pressi della caserma dell'esercito. Secondo l'attivista, i manifestanti si riuniranno a via Jamal Abdel Nasser, nel quartiere di Al-barka a Bengasi.

La tribù degli al-Zawhiya, originaria dell'omonima città situata a 30 chilometri da Tripoli, ha annunciato il suo appoggio ai manifestanti. Lo ha riferito l'emittente satellitare 'al-Jazeera'. Ieri un'altra tribù, quelli degli al-Warfalla, considerata la più importante della Libia con circa un milione di membri, ha annunciato di essersi schierata con i manifestanti e contro Gheddafi. Lo sceicco Akram al-Warfalla, leader dell'importante clan, ha chiesto pubblicamente al colonnello di "lasciare il paese".

Dal canto suo Human Rights Watch, organizzazione internazionale che si occupa di diritti umani, parla di 223 morti negli ultimi cinque giorni di proteste. La maggior parte delle vittime si è registrata a Bengasi, nell'est del paese nordafricano. Secondo fonti dell'opposizione e ong indipendenti, le forze di sicurezza, tra cui sarebbro arruolati anche mercenari, avrebbero aperto il fuoco contro i manifestanti.

Con Agenzie: Adnkronos, Aki & Ign

domenica 20 febbraio 2011

BBC – I 100 libri più importanti per i nostri giorni

Hai letto più di sei di questi libri? La BBC afferma che la maggior parte delle persone ha letto solo 6 dei 100 libri presenti nella seguente lista

Istruzioni: Copia questo messaggio nelle tue note. Metti in neretto i libri che hai letto interamente e in corsivo quelli che hai iniziato ma non hai finito. "Tagga" i tuoi amici appassionati lettori e anche me, così posso vedere il tuo risultato.

(Sottolineo in grassetto quelli che ho letto)

1 Orgoglio e Pregiudizio – Jane Austen

2 Il Signore degli Anelli – JRR Tolkien

3 Il Profeta - Kahlil Gibran

4 Harry Potter – JK Rowling

5 Se questo è un uomo - Primo Levi

6 La Bibbia

7 Cime Tempestose– Emily Bronte

8 1984 – George Orwell

9 I Promessi Sposi – Alessandro Manzoni

10 La Divina Commedia – Dante Alighieri

11 Piccole Donne – Louisa M Alcott

12 Lessico Familiare – Natalia Ginzburg

13 Comma 22 – Joseph Heller

14. L'opera completa di Shakespeare

15 Il Giardino dei Finzi Contini - Giorgio Bassani

16 Lo Hobbit – JRR Tolkien

17 Il Nome della Rosa - Umberto Eco

18 Il Gattopardo - Tommasi di Lampedusa

19 Il Processo – Franz Kafka

20 Le Affinità Elettive - Goethe

21 Via col Vento – Margaret Mitchell

22 Il Grande Gatsby – F Scott Fitzgerald

23 Bleak House – Charles Dickens

24 Guerra e Pace – Leo Tolstoj

25 Guida Galattica per Autostoppisti – Douglas Adams

26 Brideshead Revisited – Evelyn Waugh

27 Delitto e Castigo– Fyodor Dostoevskj

28 Odissea - Omero

29 Alice nel Paese delle Meraviglie – Lewis Carroll

30 L'insostenibile leggerezza dell'essere - Milan Kundera

31 Anna Karenina – Leo Tolstoj

32 David Copperfield – Charles Dickens

33 Le Cronache di Narnia – CS Lewis

34 Emma – Jane Austen

35 Cuore – Edmondo de Amicis

36 La Coscienza di Zeno – Italo Svevo

37 Il Cacciatore di Aquiloni – Khaled Hosseini

38 Il Mandolino del Capitano Corelli – Louis De Berniere

39 Memorie di una Geisha – Arthur Golden

40 Winnie the Pooh – AA Milne

41 La Fattoria degli Animali – George Orwell

42 Il Codice da Vinci – Dan Brown

43 Cento Anni di Solitudine – Gabriel Garcia Marquez

44 Il Barone Rampante – Italo Calvino

45 Gli Indifferenti – Alberto Moravia

46 Memorie di Adriano – Marguerite Yourcenar

47 I Malavoglia - Giovanni Verga

48 Il Fu Mattia Pascal – Luigi Pirandello

49 Il Signore delle Mosche – William Golding

50 Cristo si è fermato ad Eboli - Carlo Levi

51 Life of Pi – Yann Martel

52 Il Vecchio e il Mare - Ernest Hemingway

53 Don Chisciotte della Mancia – Cervantes

54 I Dolori del Giovane Werther – J. W. Goethe

55 Le Avventure di Pinocchio – Collodi

56 L'ombra del vento – Carlos Ruiz Zafon

57 Siddharta - Hermann Hesse

58 Brave New World – Aldous Huxley

59 Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte – Mark Haddon

60 L'Amore ai Tempi del Colera – Gabriel Garcia Marquez

61 Uomini e topi – John Steinbeck

62 Lolita – Vladimir Nabokov

63 Il Commissario Maigret – George Simenon

64 Amabili resti – Alice Sebold

65 Il Conte di Monte Cristo – Alexandre Dumas

66 Sulla Strada – Jack Kerouac

67 La luna e i Falò - Cesare Pavese

68 Il Diario di Bridget Jones – Helen Fielding

69 Midnight’s Children – Salman Rushdie

70 Moby Dick – Herman Melville

71 Oliver Twist – Charles Dickens

72 Dracula – Bram Stoker

73 Tre Uomini in Barca - Jerome K. Jerome

74 Notes From A Small Island – Bill Bryson

75 Ulysses – James Joyce

76 I Buddenbroock – Thomas Mann

77 Il buio oltre la siepe - Harper Lee

78 Germinal – Emile Zola

79 Vanity Fair – William Makepeace Thackeray

80 Possession – AS Byatt

81 A Christmas Carol – Charles Dickens

82 Il ritratto di Dorian Gray - Oscar Wilde

83 Il Colore Viola – Alice Walker

84 The Remains of the Day – Kazuo Ishiguro

85 Madame Bovary – Gustave Flaubert

86 A Fine Balance – Rohinton Mistry

87 Charlotte’s Web – EB White

88 Il Rosso e il Nero - Stendhal

89 Le Avventure di Sherlock Holmes – Sir Arthur Conan Doyle

90 The Faraway Tree Collection – Enid Blyton

91 Cuore di tenebra – Joseph Conrad

92 Il Piccolo Principe– Antoine De Saint-Exupery

93 The Wasp Factory – Iain Banks

94 Niente di nuovo sul fronte occidentale - Remarque

95 Un Uomo - Oriana Fallaci

96 Il Giovane Holden - Salinger

97 I Tre Moschettieri – Alexandre Dumas

98 Amleto– William Shakespeare

99 Charlie and the Chocolate Factory – Roald Dahl

100 I Miserabili – Victor Hugo

mercoledì 16 febbraio 2011

Iran: Gandhi e Mandela modelli dei giovani per la democrazia e giustizia sociale

onda_verde_iran-where-is-my-vote-agai-2011 Parigi (16-02-2011) - L'Iran per il quale i giovani sono pronti a lottare e a sfidare la repressione del regime è un paese dove la politica è separata dalla religione, dove c’è lavoro, democrazia, giustizia, rispetto dei diritti umani. Obiettivi che vanno raggiunti secondo la via della nonviolenza, tracciata da Gandhi in India e Nelson Mandela in Sud Africa.

Lo ha detto, il regista iraniano Mohsen Makhmalbaf, l’autore di “Viaggio a Kandahar”, secondo il quale almeno 500 persone sono state arrestate nelle manifestazioni di Teheran: "Il 90 per cento dei dimostranti vuole la separazione tra Stato e Chiesa tanto è vero che oltre a reclamare l’uscita di scena del presidene Mahmud Ahmadinejad, è stata chiesta anche quella della guida della rivoluzione, l'ayatollah Alì Khamenei. Non si fermeranno, non hanno paura, si ispirano al modello nonviolento di Gandhi e Mandela", aggiunge il regista, che vive a Parigi e che, come diversi altri cineasti e attori iraliani, ha scelto di lasciare il suo paese dopo le elezioni del giugno 2009, finite in un bagno di sangue.

"I giovani iraniani di oggi, che rappresentano il 70 per cento della popolazione, sono istruiti, sanno quello che vogliono, vogliono cambiare il sistema. Ormai è uno tsunami inarrestabile", insiste, affermando che la rivolta che sta scuotendo il mondo arabo in queste ultime settimane è partita in realtà proprio dall'Iran, dall’estate di due anni fa, quando le manifestazioni contro la confisca dei risultati elettorali ad opera del regime di Teheran furono represse brutalmente".

Facebook e twitter hanno permesso di "esportare" questa nuova rivoluzione iraniana e ispirato le rivolte in Tunisia ed Egitto. Tutte queste recenti rivolte hanno un punto in comune: "Il loro motore sono i giovani e d’altronde”, spiega Makhmalbaf, “basta pensare che, dalla rivoluzione del 1979 ad oggi, la popolazione iraniana è aumentata di 45 milioni di persone, e quindi di giovani sotto il 30 anni Gli stessi Mussavi e Karrubi (i leader dell'opposizione, ndr) hanno detto di non essere loro i leader della protesta perché i veri leader sono i giovani assetati di democrazia, libertà e giustizia". E' quindi "assurdo", ritiene come ha detto l'ayatollah Khamenei al presidente turco Abdullah Gul, in visita a Teheran, che la rivolta egiziana sia stata ispirata da un "movimento islamico", che ha reagito "alle umiliazioni imposte al popolo dagli Stati Uniti". Il 'Satana' americano è "alleato dell'Egitto e di Israele, mentre l'Iran sta con Russia e Cina".

Come si comporterà l’esercito se gli fosse ordinato di aprire il fuoco sui dimostranti? "In Egitto il presidente americano Obama ha minacciato i generali di sospendere gli aiuti militari, ma l’esercito iraniano”, precisa ancora il regista, “non dipende dagli Stati Uniti. E' però per lo più da giovani soldati, arruolati per due anni, che hanno le stesse aspirazioni, gli stessi problemi, gli stessi timori, dei loro coetanei che sfidano il regime".

ANSA/Luana De Mico

martedì 15 febbraio 2011

Iran: Il ritorno dell’onda verde - haker Anonymous em aiuto

manifestacoes em Iran - onda de revoltas em Iram 2011 UK - Gli hacker del gruppo Anonymous hanno attaccato il regime iraniano mentre decine di migliaia di iraniani protestavano ieri in piazza nel Paese. Gli attivisti della rete sparsi in tutto il mondo sono riusciti a paralizzare le comunicazioni on line del regime e a disattivare il sito web del Presidente Mahmoud Ahmadinejad.

Ieri, "l'onda verde" è tornata in piazza in Iran, dopo le proteste del 2009, rinvigorita dal successo ottenuto in Tunisia e in Egitto dalle manifestazioni di piazza. Stando a quanto riferito al Times da Barrett Brown, che si presenta come uno degli strateghi di Anonymous, il gruppo ha lanciato un attacco informatico ricorrendo al “denial service”, ossia portando al limite il funzionamento di un sistema, fino a renderlo non più in grado di erogare il servizio.

Secondo Brawn, "L'Iran è stato colpito nell'ambito della nostra strategia di spendere il nostro tempo e le nostre energie in quei Paesi che possono usare al meglio la nostra collaborazione il popolo iraniano ha espresso la volontà di ribellarsi, il principale fattore che ci spinge a decidere chi sostenere e quando".